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Molti dicono: “Il cittadino del Sud riceve troppo rispetto a quanto riceve un cittadino del Nord”. Ma è vero?

 

Troppi soldi al Sud

Il cittadino del Sud riceve troppo rispetto a quanto riceve un cittadino del Nord. Questa ipotesi, di senso comune in Italia e su cui moltissimi, indipendentemente dalla latitudine a cui vivono si sentirebbero di convenire, è perfettamente verificabile.

Ma, sorpresa, è falsa!(8)

Nel 2006 la spesa pubblica corrente pro capite è stata in Italia pari a 14.141 euro. Il valore sale a 15.719 euro al Centro-Nord e scende a 11.253 nelle otto regioni del Mezzogiorno. Dunque un cittadino del Sud, in media, beneficia di una spesa pubblica corrente del 28%’ inferiore rispetto a un cittadino del Centro-Nord. Tale scarto è rimasto costante nel corso degli anni:

quello che vale per il 2006 vale anche per gli anni precedenti(9).

Nel decennio 1996-2006, il Mezzogiorno, dove risiede il 35,9% della popolazione italiana, ha ricevuto il 28,3 % della spesa pubblica totale del settore pubblico allargato(10).

Il quadro delle singole regioni è però differenziato(fig, 5).

Le cifre sono più alte per le Regioni a statuto speciale rispetto a quelle a statuto ordinario: i valori raggiungono il massimo in Valle d’Aosta (circa il 50% in più della media nazionale) e sono molto alti in Friuli-Venezia Giulia; le province autonome di Trento e Bolzano si collocano sopra la media nazionale, ma un po’ al di sotto di quella del Nord; al Sud Sardegna e Sicilia hanno i valori più alti, anche se inferiori alla media nazionale.

Ma vi sono differenze significative anche fra le Regioni a statuto ordinario. Spicca il caso del Lazio, con una spesa estremamente alta, in parte connessa al ruolo di capitale di Roma, ma anche Lombardia e Liguria hanno livelli di spesa di gran lunga superiori a quelli del Piemonte e soprattutto del Veneto. Il Veneto ha il valore di spesa pubblica pro capite più basso del Centro-Nord, inferiore (-12%) anche rispetto alla media italiana.

I valori per le Regioni a statuto ordinario del Sud hanno invece una maggiore omogeneità, tutti molto inferiori allivello medio. La distribuzione territoriale della spesa pubblica corrente è dunque piuttosto diversificata:

è più alta al Nord che al Sud, ma è anche più alta nelle Regioni a statuto, speciale rispetto a quelle a statuto ordinario. Lazio e Veneto sono opposte, rilevanti eccezioni.

Campania, Calabria e Puglia, grandi Regioni a statuto ordinario del Sud, Sono quelle con i valori più bassi.

Per provare a comprendere la logica di queste differenze, se complessivamente ve ne è una, può essere utile guardare alle principali voci di spesa (tab. 3)(11). Quella di gran lunga maggiore è relativa alla previdenza. Come è noto il sistema di welfare italiano si caratterizza, rispetto agli altri paesi europei, per un peso estremamente alto delle pensioni sulla spesa totale(12). Il valore della spesa pro capite per «previdenza e integrazioni salariali”   è otto volte quello della spesa per «interventi in campo sociale». Naturalmente la spesa per le pensioni tende a essere più alta nelle regioni che hanno avuto in passato i tassi di occupazione maggiori: i valori più alti sono in Liguria, e poi in Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio.

Al Sud i valori sono molto più bassi, di un quarto inferiori alla media italiana.

Una prima spiegazione della minore spesa pro capite al Sud sta dunque nella componente pensionistica. La distorsione del welfare italiano verso la protezione dei lavoratori anziani ha un impatto “territoriale molto forte: se il welfare fosse più equilibrato (ad esempio, con un’azione più efficace verso donne e minori), anche la sua copertura territoriale sarebbe più equilibrata. Le risorse sono trasferite ai cittadini che maturano i diritti pensionistici, indipendentemente da dove risiedono: la penalizzazione delle regioni meridionali dunque non deriva da esplicite allocazioni di risorse, ma da come è articolato il welfare nazionale. Ciò conferma ancora una volta che per avere interventi territorialmente equilibrati contano moltissimo le scelte che si operano con le grandi politiche nazionali(13).

Ma anche al netto di questa voce, la spesa resta squilibrata: e l’importo medio per un cittadino del Sud è del 18% inferiore al valore nazionale.

Questo squilibrio dipende da altri ambiti. Dalla spesa sanitaria, che nel Mezzogiorno è circa l’8% inferiore alla media italiana.

Nelle regioni del Sud vengono spesi 1.427 euro per abitante, con punte inferiori ai 1.400 euro in Puglia, Basilicata e Calabria contro i 1607 euro delle regioni del Centro-Nord, con punte particolarmente alte in Lombardia.

Può destare sorpresa che anche la spesa corrente per l’amministrazione generale — sempre espressa in termini pro capite – sia notevolmente inferiore nel Mezzogiorno che nella media nazionale, di ben il 23%. Il numero di dipendenti pubblici, in percentuale della popolazione, è del tutto omogeneo nelle grandi aree del paese: 6,1 unità di lavoro per 100 abitanti, un valore che – contrariamente a quanto normalmente si pensa – colloca l’Italia al penultimo posto fra i 27 paesi europei.

Il peso occupazionale del settore pubblico è in Italia circa il 30% inferiore alla media comunitaria(14); naturalmente il peso percentuale degli occupati pubblici è maggiore al Sud se riferito al totale dell’occupazione, ma questo dipende dal fatto che sono troppo pochi gli addetti al settore privato.

Il costo dell’amministrazione generale è assai più alto, oltre che nelle Regioni a statuto speciale del Nord (in Valle d’Aosta è addirittura due volte e mezzo superiore alla media nazionale), anche in quelle a statuto ordinario:

in Lombardia è circa il doppio che in Puglia, la regione in cui la spesa è minore.

Scarti molto significativi, ma su cifre assolute più piccole, si hanno anche in altre voci di spesa: la spesa corrente pro capite per cultura e servizi ricreativi è nel Mezzogiorno del 22% inferiore alla media nazionale; quella per lo smaltimento dei rifiuti del 15%.

Gli ambiti nei quali i livelli di spesa sono paragonabili fra Centro-Nord e Sud sono quelli della pubblica sicurezza e quello, molto rilevante, dell’istruzione. Una spesa pro capite maggiore nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord si registra solo in 7 dei 30 ambiti tematici in cui sono organizzati i Conti pubblici territoriali. Fra di essi i più significativi sono gli interventi in campo sociale (+6%) e le spese correnti per la giustizia (+18%).

La spesa pubblica corrente svolge dunque in Italia, da un punto di vista territoriale, una funzione antidistributiva:

premia di più le regioni dove risiedono i cittadini con i redditi più alti.

La sua ripartizione geografica è l’esito di un insieme estremamente ampio di norme che governano i diversi flussi di spesa (le pensioni, gli stipendi degli insegnanti, la cassa integrazione, le spese sanitarie e così via).

Come si è visto dai dati appena  ricordati il quadro è particolarmente complesso; per molti versi è difficile rinvenire una logica di equità nella sua distribuzione geografica. I flussi di spesa sono frutto di una vasta pluralità di decisioni, di più livelli di governo. Tendono a essere influenzati, in molti casi, dalla «spesa storica»: la spesa di un anno in un certo ambito può essere influenzata da quella che è stata la spesa in passato nello stesso ambito. Ma non è detto che la spesa “del passato sia stata allocata sulla base di una valutazione coerente ed equa dei bisogni cui fare fronte, di parametri oggettivi.

Piuttosto può valere una regola implicita negativa: una maggiore spesa storica può premiare, più che aree o ambiti nei quali si rilevino maggiori bisogni, aree o ambiti nei quali le amministrazioni sono meno efficienti nello spendere e quindi hanno reclamato, e ottenuto, maggiori risorse. È un tema su cui non è semplice avere dati certi; vi è una diffusa convinzione che questo favorisca il Mezzogiorno; dato che lì le amministrazioni sono meno efficienti, hanno sempre avuto bisogno di maggiori risorse per fare ciò che al Nord si fa con meno. Non mancano esempi in questo senso.

Ma alla luce dei dati che sono stati ricordati, non è detto che sia sempre così. I divari territoriali di spesa sono evidenti soprattutto negli enti locali. La spesa corrente delle Province del Sud è di 98 euro pro capite contro i 112 nel Centro-Nord, quella dei Comuni del Sud di 699 euro – con una punta negativa di 549 in Puglia – contro gli 834 euro nel Centro-Nord.

La minore spesa dei Comuni meridionali si avverte nettamente, ad esempio, negli interventi sociali: in media 49 euro contro i 115 al Centro-Nord; nella regione più povera d’Italia, la Calabria, la spesa pro capite per i servizi sociali dei Comuni è in media di 27 euro(15). E così solo 105 bambini campani e 139 calabresi su 10.000 possono frequentare gli asili nido, contro 2.220 emiliani e circa 1.200 nella media del Centro-Nord(16).

Questo non dipende dal fatto che nei Comuni del Mezzogiorno si destini prevalentemente la spesa per il personale: le «spese per il funzionamento» dei Comuni hanno un peso simile sulla spesa totale (con l’eccezione negativa della Sicilia), rispettivamente del53 % al Sud, 50 al Centro e 49 al Nord(17).

 

 

 

 

NOTE

8) I dati dei Conti pubblici territoriali permettono di ricostruire perfettamente la destinazione geografica della spesa corrente: si ricordi che questi dati sommano la spesa di tutti i livelli di governo eliminando le duplicazioni e quindi sono molto più adeguati e completi per descrivere la situazione di quanto non sia l’analisi della sola spesa statale.

9) Si vedano i rapporti annuali del DPS, come pure le elaborazioni della Banca d’Italia in Alampi et al., I flussi finanziari, cit.

10) Ministero dello Sviluppo economico, Rapporto annuale del DPS 2007, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma2008

(http://www.dps.tesoro.it/documentazione/docs/rapp_annuale_2007/Rapporto/EappJDPS_2007_jidotto-.pdf), p. 127.

11) Tutti i dati seguenti sono calcolati a partire-dalla banca dati dei Conti pubblici territoriali (http:/Av\vw.dps.mef.gov.it/cpt/cpt.asp).

12) Si veda ad esempio M. Ferrera, Le trappole del welfare. Il Mulino, Bologna 1998.

13) G. Viesti, M. Capriata, The Impact- of National Policies on Terrìtorìal Cohesion: The Case ofltaly, Quaderni del Dipartimento per lo studio delle società mediterranee, Università di Bari, n. 29, Cacucci, Bari 2004.

14) ISTAT, 100 statistiche per il paese. L’incidenza del settore pubblico, anni 2005-2007, http:/Av\vw.istat.it/dati/catalogo/20080507_01/ testointegrale200.80507.pdf

15)   I dati per le Province sono una media del 2004-2006; quelli per i Comuni sono del 2004: per tutti la fonte è Alampi et al, I flussi finanziari, àt., tav. 5, basata sui dati dei Conti pubblici territoriali.

16) LPEL-ANCI, Economia e finanza locale, Rapporto 2007, Istituto per la Finanza e l’Economia locale, Roma 2007, tav. 3-2; bambini di età 0-2 anni. Questo non dipende dalle scelte dei genitori: ISTAT, Indagine campionària sulle nascite.(anno 2002), ISTAT, Roma 2006 (http:// \^vw.istat.it/dati/catalogo/20060317_00/met_norme_06_28_indagine_campionaria_nascite.pdf/).

17 Cfr. IEEL-ANCI, Economia e finanza locale, cit., tav. 1.1.

 

Fonte: “MEZZOGIORNO A TRADIMENTO, il Nord, il Sud e la politica che non c’è”, di Gianfranco Viesti, Laterza

 

Foto RETE

 

 

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