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IL SENSO DEI LUOGHI

 

 

Stiamo perdendo l’abitudine ai luoghi. Forse l’abbiamo già persa. E davvero paradossale che ciò avvenga mentre tutti in maniera diversa più volte al giorno ripetiamo il termine locale. Più invochiamo i luoghi e più siamo lontani da essi, non abbiamo più con essi familiarità.

Pure diversi, tendono ad apparire sempre più uguali, sono sempre più anonimi, estranei, privi della loro sacralità. Ai nostri giorni, nel periodo della mondializzazione, della globalizzazione rischiano di scomparire, di dissolversi come centri e come punto di riferimento, come reticoli di relazioni e di storie. Si potrebbe pensare che ai non-luoghi, alla «fine» dei luoghi storici, concreti, relazionali, corrisponda una nonnostalgia, l’«anostalgia», la fine, del «sentimento del luogo», sia delle società tradizionali che di quelle moderne.

Le cose non sono così semplici, definitive, unilaterali. I localismi sono nati proprio come un altro volto della globalizzazione. Le piccole patrie anguste spesso sono una risposta alle tendenze omologanti. Ma il luogo continua ad affermare la sua esigenza sul non-luogo. Il luogo e il non-luogo, secondo Marc Augé  a cui dobbiamo la fortuna di quest’ultimo termine, sono in realtà polarità sfuggenti. I luoghi e gli spazi, i luoghi e i non-luoghi nella società concreta si compenetrano reciprocamente, si oppongono o si evocano. Il non-luogo è forse solo una bella immagine antropologica e letteraria, ma non corrisponde alla vita delle persone che, dovunque, sono impegnate in una ricerca di centro. E anche quella che chiamo «anostalgia» è un sentimento inesistente: si è sempre nostalgici di qualcosa, magari di quello che si è desiderato o sognato, del mondo e del tempo che saranno.

E opportuno interrogarsi se i cosiddetti non-luoghi siano, pure nella loro anomia e a volte invivibilità, davvero spazi indefinibili, incontrollabili, spersonalizzanti o invece non impongano all’individuo itinerari per costruire una diversa identità, per affermare una diversa presenza.

Possiamo domandarci: le stazioni e gli aeroporti sono, davvero, dei non-luoghi che non generano sentimento o non suscitano nelle persone il bisogno di nuove forme di appaesamento? La sensazione è invece che negli spazi di transito e di. passaggio il viaggiatore faccia i conti con la propria condizione e affermi diverse forme di riconoscimento.

All’aeroporto di Lamezia Terme capita di vedere emigrati che si imbarcano con i panieri di fichi rigidamente, vorrei dire religiosamente, tenuti in mano. In quei panieri viene trasportato dall’antico al nuovo luogo, dalla Calabria a Toronto, un carico di storie, di legami, di ricordi, di sapori, d’identità. Quell’aeroporto che è stato costruito uguale a tanti altri è reso diverso dal passaggio di queste storie.

Il luogo agisce anche fuori del luogo. Gli emigrati hanno realizzato una dilatazione del luogo antropologico. I paesi calabresi non sono solo questo luogo, ma anche i mille luoghi dell’esodo. Allo stesso modo il loro nuovo mondo non è banalmente nuovo, è anche antico. Storie di legami, di partenze, di fughe hanno concorso alla definizione di una nuova identità.

Guardiamo i tanti paesi abbandonati della Calabria e il costante  sforzo delle persone di sottrarli all’oblio e alla morte. I luoghi incompiuti, non finiti, informi, tutti uguali lungo le coste della regione, vengono segnati da nuove vie dei canti, da processioni a mare, da riti di rifondazione. Proprio paesi abbandonati, paesi a rischio abbandono, centri senz’anima e senza piazze, senza posti di ritrovo, desolati, a volte mortificati, devastati, oggetto d’incuria e di speculazioni, proprio questi non-luoghi aspirano a diventare luoghi, ad essere riconosciuti come luoghi, ad affermarsi come nuovi luoghi. Le processioni a mare, in paesi spesso tutti uguali, anonimi, diventano forme di riconoscimento, di autorappresentazione, di identificazione per persone che arrivano da luoghi diversi. I luoghi delle rovine dove l’idea stessa di luogo tende ad essere cancellata, i luoghi abbandonati, di transito e di passaggio, luoghi dell’esodo e del ritorno: proprio in questi luoghi, con ogni probabilità, l’uomo (non l’uomo in generale, ma quell’uomo) avverte la sensazione di perdersi, si ritrova senza punti di riferimento. Il luogo è, certo, quello in cui siamo nati, ma anche quelli in cui siamo vissuti, quelli che abbiamo sfiorato. Il luogo è il nostro corpo, la nostra vita, i nostri incontri, i nostri legami. Il luogo muta e bisogna cercare sempre un centro.

Da “IL SENSO DEI LUOGHI”, di Vito Teti, Donzelli

 

Leggetelo e rileggetelo questo libro. Regala  momenti di poesia e aiuta a capire quello che ci crolla attorno.

 

Nella foto il piacere del “vicinanzo”: “si ‘mpiretta” il vino e si beve in compagnia. Si riconoscono da sx: FRANCO PAPPATERRA, ANGELO RUSSO, SALVATORE BOTTONE, FRANCESCO CELENTANO, ELIO GALTIERI

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