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Attribuire a Dio la propria opinione è delirio di onnipotenza

 

[…] La natura umana – se intesa correttamente come l’insieme dei meccanismi biologici, e dei comportamenti e delle norme osservabili nel corso dell’intera avventura di sapiens sapiens – ci dice solo questo: l’uomo è l’animale costretto a surrogare la perduta cogenza degli istinti col vincolo sociale della norma. Ma la necessità biologica di averne una – qualsiasi, purché funzioni – non implica affatto il determinismo biologico della vita morale, semmai lo esclude. La biologia non ci dice mai che «si deve amare il prossimo» o che si devono usare gli altri come mezzi per la propria autoaffermazione. L’unico «si deve» imposto dalla biologia e che ci «si deve» dare una norma. Una qualsiasi, purché funzioni per la sopravvivenza.

4) Torniamo con ciò sempre all’essenziale: siamo i creatori e signori della norma. Sia che ne siamo consapevoli sia che attribuiamo a Dio la norma che in nome di Dio una tradizione di uomini ha emanato. E tuttavia, saperlo o non saperlo non è differenza di poco conto. Avanzare una norma perché decisa dall’Alto e dall’Altro significa porla come indiscutibile e non negoziabile. Presentarla in nome proprio, di individuo pensante ma finito e fallibile, significa sottoporla alla critica e perfino al compromesso. Verità assoluta nel primo caso, opinione relativa nel secondo. Qui, la convinzione più ferma e intransigente apre comunque i propri valori al dubbio, nel primo caso ogni tolleranza è sempre e al massimo concessione provvisoria. Misura e dismisura saranno il tono rispettivo, tra chi argomenta con le proprie forze e chi si fa forte di Dio. Ma attribuire a Dio la propria opinione è delirio di onnipotenza, che maldestramente occulta il timore di non aver argomenti umani sufficienti.

Nella discussione etico-politica, del resto, la regola del «etsi Deus non daretur» si dovrebbe raccomandare anche solo religiosamente, prendendo sul serio il più antico precetto monoteistico: non nominare il nome di Dio invano.

Traiamo la conseguenza inevitabile di tutto il discorso. L’ateismo è la condizione di possibilità della morale e della politica (e della scienza, del resto). L’ateismo metodologico, evidentemente. Lo scienziato, se credente, lascia la fede sulla porta del laboratorio, dentro il quale c’è spazio solo per congetture, esperimenti, corroborazioni o confutazioni, mai per il trascendente. Vivrà la fede in interiore homine. Così il cittadino, nella creazione della norma comune che garantisca la convivenza. Perché argomentare la norma sotto responsabilità propria, anziché in nome di Dio, non elimina il rischio del nichilismo morale (sempre incombente, con Dio o senza Dio, abbiamo visto), ma ne disinnesca la dismisura, che accompagna ogni Logos che si pretenda assoluto.

Ma soprattutto. Se si consegna Dio alla sfera privata, e si rinuncia a invocare le maiuscole dei suoi surrogati mondani (Natura, Storia, Destino eccetera), e a decidere la norma è ciascuno di noi, a nome proprio, come individuo finito e fallibile, nessuno fra noi avrà maggior titolo di ogni altro. La nostra finitezza è pegno e radice di un pluralismo simmetrico fra le diverse e contrastanti opinioni morali. Solo se nessuno può invocare il nome di Dio, possiamo decidere in eguaglianza di dignità. Escludere Dio dalla argomentazione e dalla decisione pubblica è condizione essenziale perché la creazione della norma comune possa avvenire in forma democratica. Non a caso, demos-cratia implica che la legge può avere quale unico «fondamento» gli uomini stessi, la loro sovranità. E il disincanto del mondo che la precede.

La laicità, cioè la metanorma «etsi Deus non daretur», è dunque la precondizione, e la democrazia (il potere simmetrico di tutti e di ciascuno) è la chance effettiva per addomesticare lo spettro sempre incombente del nichilismo.

Ma la democrazia è possibile? Il problema resta sempre quello di Jean-Jacques, «trovare una forma di associazione […] per cui ciascuno, unendosi a tutti gli altri, non obbedisca però che a se stesso e resti libero come prima». Ma non è proprio la risposta di Rousseau a evidenziare come l’autos-nomos della sovranità collettiva (della volontà generale che ha spodestato la volontà di Dio) sia sempre gravido della degenerazione totalitaria? «Le clausole [del contratto sociale] si riducono a questa sola: l’alienazione totale di ogni associato e di tutti i suoi diritti a vantaggio della collettività».

Il liberalismo, dopo essersi contrapposto alla democrazia, si è perciò presentato (ed ha vinto) come correttivo della democrazia, antidoto – dentro la democrazia – al nichilismo totalitario che la minaccia come un’ombra.

La democrazia liberale crede di essere la risposta al rischio totalitario del popolo sovrano. Anticipiamo: sarebbe la risposta, se pensata e praticata con rigorosa coerenza, contro il liberalismo d’establishment, sempre più ridotto a liberismo economico e a privilegio politico.[…]

Di PAOLO FLORES D’ARCAIS, da MicroMega 3/2008

Foto RETE

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