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NOVEMBRE – Ognissanti come Capodanno

 

Con novembre, il cui nome deriva dal latino November, nono mese, il freddo comincia a farsi sentire. Si dice infatti che «Per i Santi l’inverno è a casa propria» o «II freddo è il padre di tutti i Santi»; sicché si raccomanda «Per i Santi manicotto e guanti» oppure «Per tutti i Santi fuori il mantello e i guanti».

Ognissanti, che cade il primo del mese, è anche un giorno importante per le previsioni meteorologiche, perlomeno secondo i proverbi. Si afferma infatti che «Se il giorno dei Santi il sole ci sta, un buon inverno va». Tuttavia si spera che piova nei giorni seguenti perché «Novembre piovoso, campo fruttuoso».

La festa risale alla  fine del secolo VIII, quando l’episcopato franco la istituì per sostituirla al Capodanno celtico che cominciava all’inizio di novembre. Ma ci vollero parecchi secoli perché si diffondesse in tutta l’Europa: soltanto nel 1475 Sisto IV la rese obbligatoria per la Chiesa universale.

Dell’antico Capodanno celtico sono tuttavia sopravvissuti fino a oggi proverbi e usanze: fra queste ultime la più celebre nei paesi inglesi e irlandesi è la cosiddetta notte di Hallow’en, fra il 31 ottobre e il primo di novembre, durante la quale i ragazzi si mascherano da scheletri e fantasmi, per mimare il ritorno dei morti sulla terra, e girano di casa in casa chiedendo piccoli tributi e minacciando, se non li ottengono, di giocare qualche scherzo. I Celti, infatti, festeggiavano il loro Capodanno recandosi nei cimiteri e trascorrendovi la notte fra canti e libagioni perché erano convinti — credenza tipica di ogni periodo di passaggio da un anno all’altro, come si è già sottolineato a proposito del Carnevale – che in quelle ore i morti ritornassero sulla terra entrando in comunione con loro. Il giorno seguente poi, festa di Samain, cominciavano a celebrare il nuovo anno.

In Irlanda le tradizioni celtiche sono in parte sopravvissute non soltanto con Hallow’en, ma anche con l’usanza di recarsi nelle notti del 31 ottobre e del primo di novembre nei cimiteri portando tanti lumini. «In Irlanda il mondo dei morti non è tanto distante da quello dei vivi» scriveva a questo proposito William Butler Yeats. «Essi sono a volte così prossimi che le cose del mondo paiono soltanto ombre dell’aldilà.»

Qualche lettore si domanderà incuriosito perché mai i Celti avessero fissato il Capodanno nel cuore dell’autunno. Se fosse un contadino lo capirebbe immediatamente, perché questa è l’epoca in cui, finita una stagione agraria, s’inizia la nuova. Il grano è stato appena seminato, è «sceso negli inferi», nel cuore della terra, e comincia il suo lento cammino verso la futura germinazione. La vita si rinnova anche sé sottoterra: vita e morte si con-fondano nel ciclo cosmico.

Per cristianizzare questo Capodanno la Chiesa franca istituì non soltanto Ognissanti ma anche la commemorazione dei defunti. Fu  Odilone-di Cluny a ordinare nel 998 ai cenobi dipendenti dall’abbazia di celebrare l’ufficio dei defunti a partire dal vespro del primo di novembre, mentre il giorno seguente i sacerdoti avrebbero offerto al Signore l’Eucarestia pro requie omnium defunctorum. Il rito si diffuse a poco a poco nel resto dell’Europa, ma a Roma giunse soltanto nel secolo XIV.

Che la ricorrenza dei defunti sia il residuo di una festa di Capodanno lo si coglie anche nella credenza diffusa ancora adesso in alcune regioni d’Italia secondo la quale i morti ritornano a casa una volta l’anno e mangiano il cibo preparato per loro.

In Veneto, come d’altronde nel Friuli, il «ritorno dei morti» avviene nella notte fra il primo e il 2 novembre quando consumano fave, castagne e zuca marina. «Il “piato dei morti” in cucina o il picchiere di acqua posto sul bufeto della camera dove sono morti i genitori e i parenti ha un valore simbolico preciso, come la candela sulla tomba, come i fiori», scrive Dino Coltro. «Significa che si crede nella loro vita ultraterrena: cibo vuoi dire vita e se uno è “capace” di mangiare vuoi dire che è vivo. Un tempo, nelle case le donne preparavano i trandoti e gli ossi di morto, pane e dolci particolari, impastati con farina e frutta secca. Il grano, da cui viene la farina, e la frutta secca “contengono”, la forza, l’energia del sole, insomim la vita».

Una volta le vie rimanevano deserte perché si diceva che i defunti lasciassero tutti insieme il cimitero e si recassero in paese in processione. Per questo motivo si dovevano seppellire i morti con gli abiti da festa perché potessero poi far bella figura.

I crozzi ‘i mottu siciliani, dolci del giorno dei defunti

Sandro Zanotto mi riferisce una leggenda che si narrava in Veneto fino a qualche decennio fa: una madre povera vestì la bimba morta con abiti vecchi e stracciati per serbare quelli buoni che potevano servire ad altri figli. La sera dei Morti la piccola, invece di recarsi in processione per le vie del paese, bussò alla porta della madre dicendole: «Mamma, vedistu, me vergogno de andar in procession co’ staltri perché son tuta strassada»,

La sera della vigilia dei Morti si mangia tradizionalmente polenta infasolà, cotta con una minestra di fagioli molto diluita. E una tenera forma di comunione con i propri morti perché, secondo una tradizione antichissima conosciuta anche dai Greci, le anime dei defunti risiederebbero nei baccelli delle leguminose.

 

Da “Lunario” di Alfredo Cattabiani, Oscar Mondadori

 

Foto: RETE

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