Orsomarso ed il suo dialetto: PICCHI, PIOCHE, PRIVETE, QUATRARO/A …

 

Vocaboli del nostro dialetto di origine greca

 

Picche:

Poco.

Deriva, probabilmente, da miccos forma dorica di micròs (piccolo) con mutamento della m iniziale in p.

 

Pióche:

Il pino marino.

Da péiche.

Il vocabolo si trova già in Omero: n., XI, 494 … pollàs de te péucas esféretai … (e molti pini trascina).

Ad Orsomarso, quando uno moriva, si diceva si ne jutu alli pioche”. Probabilmente per indicare il cimitero dove abbondavano i cipressi, confusi con i pini.

 

Privete:

Prete.

Più che alla forma latina presbyter si deve pensare al greco presbíteros (seniore) comparativo di maggioranza della parola presbis (vecchio) tenendo presente il mutamento, già notato, del suono “b” nel suono “v” e la caduta, non rara della sibilante “s”.

 

Quatraro, quatrara:

Ragazzo ragazza.

Il vocabolo deriva, forse, dall’unione di due parole greche indicanti, ambedue, la ragazza da marito: core talis. Qualcuno, però, ha pensato al termine carteròs (forte, robusto) anche perché in alcune zone la parola, nella forma “quatrara, quatraru” si usa anche al maschile.

Questo vocabolo, comune, una volta, in molti paesi della Basilicata e della Calabria, era usato a Sant’Arcangelo solo in tono scherzoso come nel proverbio

“s’hana cangiat’i staggiuni ,

 e quatrare van’appriess’ e guagnuni”

che vuol dire: si sono cambiate le usanze: le ragazze vanno dietro ai ragazzi.

Ecco due antichi canti calabresi in cui si trova il vocabolo in questione; il primo è stato raccolto ad Acri in provincia di Cosenza, il secondo sulla costa tirrenica, a Pizzo Calabro, in provincia di Catanzaro:

primo

 Mamma, ca passa lu durci brunettu,

cà l’haiju canosciutu a lu cantari.

Teni ‘na catarrella e ‘nu fischiettu,

e l’angiuli de ‘ncielu fa calari.

Azati e pigliancillu lu corpiettu,

È fattu juornu e mi vogliu levari.

“Figlia, chi ti via santa e beneditta,

Si’ quatrarella e ti vu ‘nnamurari”.

“E mo t’u vogliu fari pe’ dispiettu

Iu cu ‘na frasca lu fazzu ‘nchianari”.

Secondo

Arzira jivi a spassu a la marina,

vitti na quatrareja sula sula,

ija mi dissi: passa, e no toccari,

ca sugnu schetta e portu assai paura.

Due proverbi orsomarsesi

  1. Cu quatrari ti mittisi?

                  E pisciatu ti trovisi

 

  1. Si boi sapì a virità

                ra  quatrari e da ‘mbriachi.

 

Tutto il materiale che trovate in questa “categoria” è frutto del lavoro e dell’intelligenza di don Luigi Branco, un prete di Sant’Arcangelo di Lucania.

 Io mi sono limitato a prendere ed integrare quanto serve a spiegare l’origine greca di alcuni vocaboli del dialetto orsomarsese.

 A don Luigi ed ai giovani che l’aiutano nel suo lavoro tutta la mia gratitudine.

Nota: le parole greche sono scritte in caratteri latini.

 

 (Continua)

 Nella foto dei primi anni Sessanta la maestra Anita Belsito con le sue alunne

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