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Il meridionalismo liberale

Giovanni-Russo

[…]Quanto alle prospettive del meridionalismo liberale, occorre sottolineare che è stato sempre sottovalutato il ruolo che i pensatori di ispirazione liberale e democratica hanno avuto nell’affrontare i problemi del Mezzogiorno e denunziare il modo in cui si era attuata l’unità d’Italia.

Questo a causa sia dell’interpretazione gramsciana del Mezzogiorno nel famoso scritto, pubblicato nel 1930 in “Stato Operaio” “Alcuni temi della questione meridionale”, secondo cui si poteva porre rimedio alla sua disgregazione sociale solo con l’alleanza tra proletariato del Nord e masse contadine del Sud, sia per le posizioni del movimento solidarista cattolico che trovavano la loro espressione in Luigi Sturzo. Gramsci individuava in Giustino Fortunato e Benedetto Croce le chiavi di volta del sistema meridionale e le più grandi figure della “reazione italiana”. I cattolici, per parte loro, disconoscevano il ruolo che il pensiero liberale aveva svolto nell’interpretare le cause delle condizioni storiche, sociali ed economiche del Mezzogiorno. Quello che Gramsci considerava un esponente della reazione, GiustinoFortunato (intimo collaboratore di Croce e a colloquio sempre con Luigi Einaudi: si vedano i carteggi pubblicati dall’Associazione per gli Interessi del Mezzogiorno), è invece colui il quale ha forgiato il termine “Questione Meridionale” e ha indicato nel divario tra le due Italie il nodo centrale della crisi dello Stato unitario.

Su questo tema sono importanti gli studi e le riflessioni non solo di Benedetto Croce ma anche di Luigi Einaudi e di Francesco Saverio Nitti, i tre padri del liberalismo italiano nel Novecento.

Nel libro Storia del Regno di Napoli, Croce sottolineava come il Mezzogiorno cominciò a formare oggetto di riflessioni e di indagini grazie a due liberali, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, autori di “Inchiesta in Sicilia”, testo ancora oggi indispensabile per comprendere le ragioni storiche e sociali delle condizioni dell’isola e i rapporti tra mafia, potere politico e società. Non si può quindi trascurare il contributo di Benedetto Croce alla “Associazione per la Difesa degli Interessi del Mezzogiorno” fondata da Umberto Zanotti Bianco e di cui fu uno dei promotori.

Egli ha criticato la parte più caduca del meridionalismo, cioè il naturalismo di Fortunato che basava allora il suo pessimismo sulle condizioni geografiche e naturali del Mezzogiorno che era stato considerato il Giardino d’Europa ma che all’interno delle sue coste aveva condizioni non solo di arretratezza sociale ma anche problemi geologici che solo oggi possono essere risolti con le scoperte moderne.

Un altro studioso che si ispirava al pensiero liberale è Guido Dorso, storico avellinese legato a Piero Gobetti, autore de La Rivoluzione meridionale, un libro che agli inizi del Novecento indicava nella conquista regia e nella struttura dello Stato e delle leggi piemontesi introdotte nel Mezzogiorno una delle cause principali della situazione del Sud dopo l’Unità. Egli utopisticamente credeva che una borghesia meridionale di carattere non classista ma liberale potesse compiere una rivoluzione democratica nel Mezzogiorno.

L’economista Antonio De Viti De Marco si batté, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, contro il protezionismo, adottato dopo l’Unità per consentire lo sviluppo dell’industria soprattutto nel Nord. Lo Stato applicò ai prodotti agricoli che erano prevalenti nel Mezzogiorno dazi doganali così alti da portare a una profonda crisi economica, che provocò il crollo delle produzioni dei vigneti e dei frutteti della Sicilia e della Puglia, che vivevano di esportazioni soprattutto verso la Francia. La scelta di sacrificare l’agricoltura meridionale è stata una delle linee direttrici della politica estera del nostro Paese, come dimostrano gli accordi del Mercato Comune. La battaglia per il libero scambio di De Viti De Marco fu ripresa da Luigi Einaudi, nella cui opera si può trovare la prima critica alla illusione di risolvere in tempi brevi il divario tra Nord e Sud con l’Intervento Straordinario che puntava sulla creazione di industrie pesanti con incentivi dello Stato agli impianti siderurgici e petrolchimici. Era la famosa teoria dei tempi lunghi che, quando venne enunciata da Einaudi negli anni Cinquanta del secolo scorso, indicava una prospettiva per lo sviluppo del Mezzogiorno che andava dai venti ai venticinque anni. Siamo nel duemila e il problema ancora non è stato risolto. I tempi brevi hanno portato all’arricchimento di industriali come Rovelli, proprietario dell’industria petrolchimica SIR, che aveva truffato allo Stato migliaia di miliardi con la cosiddetta “rovellizzazione”, cioè presentando ogni componente dell’impianto petrolchimico come un’industria a sé avente diritto ad un incentivo; hanno favorito il clientelismo e il dirottamento dei finanziamenti per il Mezzogiorno verso imprese mafiose e camorristiche. La tesi di Einaudi era condivisa dall’economista inglese Vera Lutz, la quale dimostrò come l’industria petrolchimica e siderurgica non solo non assorbiva manodopera perché impiegava un ridotto numero di operai all’ interno di impianti che costavano da duecento a trecento milioni di lire, ma distruggeva il territorio, cioè le pianure meridionali che venivano sacrificate a questa “industrializzazione senza sviluppo”.

Vera Lutz, come De Viti De Marco, rimase isolata perché era in contrasto con l’idea dirigista, statalista e interventista di Pasquale Saraceno, il quale aveva avuto grandi meriti come ideatore dell’Intervento Straordinario per il Sud, ma non aveva tenuto conto di un sistema clientelare che avrebbe deformato l’ intervento pubblico da lui sostenuto. La critica liberale venne soffocata dagli economisti keynesiani che volevano a tutti i costi l’industralizzazione dall’alto. Fino a qualche anno fa, è stata questa l’opinione dominante che ha messo fuori gioco l’ipotesi di una liberalizzazione la quale, favorendo la concorrenza delle imprese, avrebbe permesso lo sviluppo di una economia non assistita.

Francesco Saverio Nitti

Anche Francesco Saverio Nitti aveva pensato allo sviluppo del Mezzogiorno attraverso l’industrializzazione. A lui si deve un saggio fondamentale, che denunziava il saccheggio, dopo l’Unità, delle finanze meridionali e il disquilibrio della tassazione nei confronti del Mezzogiorno, pubblicato con il titolo “Nord e Sud” (titolo questo scelto poi da Francesco Compagna per la rivista che nel dopoguerra è stata la voce più autorevole del pensiero meridionalista democratico) in cui erano indicati i dati dello sfruttamento del Sud da parte del Nord e le due date fatali: 1860, quando si ebbe il drenaggio della ricchezza monetaria del Sud che era molto maggiore di quella del Regno del Piemonte e 1887, quando vennero adottate tariffe doganali protezionistiche.

A Nitti si devono le leggi speciali per Napoli con esenzioni, riduzioni d’imposte e agevolazioni per favorire la formazione di una classe di piccoli agricoltori e imprenditori.

Gaetano Salvemini trovava le tesi di Nitti troppo conservatrici. Il suo pensiero meridionalista è assimilabile per alcuni aspetti a quello liberale, anche se egli era vicino ai socialisti. La sua polemica con Giolitti, definito “il ministro della malavita”, riguarda le condizioni in cui si svolgevano le elezioni politiche nel Sud e numerosi sono i suoi scritti in cui, in polemica con Nitti, sostenne l’adozione del federalismo amministrativo, l’abolizione delle tariffe doganali statali e del protezionismo e caldeggiò la nascita di un ceto di piccoli proprietari terrieri che liquidassero il latifondismo.

Giustino Fortunato, studioso d’ ispirazione liberale, è l’autore del fondamentale testo Il Mezzogiorno e lo Stato italiano che, come ha scritto il suo erede culturale Manlio Rossi Doria, è la chiave per comprendere le debolezze dello Stato Unitario. Scriveva Fortunato: «Vi sono ancora due Italie, non solo economicamente disuguali ma moralmente diverse. Questo il vero ostacolo alla formazione di una futura compagine, di ciò dovremmo tutti finalmente convincerci». Fortunato, come aveva riconosciuto Croce, smentì l’illusione folkloristica di un Mezzogiorno ricco e felice e, al contrario di Guido Dorso, si batté per una politica generale che tenesse presenti le necessità del Mezzogiorno senza farsi illusioni sulla capacità della borghesia meridionale di partecipare alla sua rinascita.

Da sinistra Sidney Sonnino, Nicola Mameli e Giustino Fortunato

Sia Nitti che Fortunato, di fronte al dramma dell’emigrazione, capirono anche la sua inevitabile funzione di alleggerire la pressione demografica. C’era in questi studiosi il pensiero che è rimasto sempre dominante nella tradizione liberale: l’unità italiana era avvenuta per realizzare pienamente l’idea di Nazione, ma era l’ aspirazione di una minoranza mai effettivamente attuata.

Gli studi sul brigantaggio hanno dimostrato che la tesi che fosse solo un fenomeno delinquenziale era sbagliata. Il brigantaggio, fruttato dalla reazione borbonica, nasceva da ragioni sociali; anche se mancava una coscienza politica, queste motivazioni di fondo favorirono il perdurare del fenomeno dal 1860 al 1865, portando ad una repressione per la quale fu impiegato il doppio delle truppe che erano servite alla unificazione d’Italia; circa 15.000 uomini, non solo briganti ma ritenuti complici o manutengoli, vennero giustiziati e furono dati alle fiamme interi villaggi per opera di bersaglieri e soldati piemontesi.

Nel dopoguerra, il filone di Giustino Fortunato si ritrova nella rivista di Francesco Compagna, “Nord e Sud”, insieme con le tesi democratiche e liberali esposte negli scritti raccolti nel libro, dal titolo significativo, Il Meridionalismo Liberale. Intorno a questa rivista si raccolgono molti intellettuali e studiosi: dall’economista agrario Manlio Rossi Doria a Vittorio De Caprariis, dallo storico Giuseppe Galasso a Rosario Romeo, lo storico che ha fatto gli studi più approfonditi sulle origini del Risorgimento e sul rapporto tra industrializzazione e Mezzogiorno.

Con la rivista “Nord e Sud” il mondo democratico, che s’ispirava a Rossi Doria e Ugo La Malfa, raccolse l’eredità della tradizione liberale. Essa si contrapponeva alla rivista comunista “Cronache Meridionali” diretta da Giorgio Napolitano, Giorgio Amendola e Gerardo Chiaromonte.

Non si può non citare anche l’esponente liberale Guido Cortese il quale, da ministro dell’Industria nel primo governo Segni (1955-57), stabilì una quota fissa dal 40 al 50 per cento a cui le industrie pubbliche dovevano attenersi per privilegiare gli investimenti nel Mezzogiorno, disposizione che per la verità rimase inevasa.

Infine c’è da ricordare il settimanale “Il Mondo” dei liberali di sinistra, che fu all’avanguardia nel denunziare il clientelismo della classe politica meridionale e nel sostenere l’esigenza della riforma agraria.

La rivista “Nord e Sud” e “Il Mondo” di Pannunzio hanno rappresentato la continuità con l’interpretazione liberale ed europeista della storia d’Italia e hanno impedito che prevalesse il conformismo di uno statalismo cieco e di quella parte dominante della cultura cattolica insensibile al rinnovamento moderno.

L’eredità del pensiero di Einaudi, Croce, Giustino Fortunato, dello stesso Nitti ha attraversato così la seconda parte della storia del secolo ed è in grado di offrire all’inizio del duemila prospettive nuove per un Mezzogiorno che riesca finalmente a riscattare il peso del suo passato.

Giovanni Russo

Tratto da Maurizio Serio (a cura di), La prospettiva del liberalismo meridionale.

Politica, istituzioni, economia, storia, Rubbettino 2012

 

Foto: RETE

 

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