Il Pollino tra Longobardi, Bizantini e Normanni

Serra delle Ciavole

L’ipotesi secondo cui il Pollino ha costituito da sempre una sede separata dai fenomeni di crescita socio-economica ed emarginata dalle dinamiche territoriali trova con tutta probabilità origine nell’assetto dello stato romano, poiché di rado la sinusoide che in qualche misura caratterizza i modi di messa a coltura del territorio e lo sviluppo delle comunità insediate ha raggiunto nell’area di studio tali punte di minimo.

A partire dal III secolo a.C. si assiste infatti al tramonto di una stagione feconda e all’apertura di un lungo periodo durante il quale, con il decadere di ogni autonomia politica, alle leggi, al sistema di valori, alle tradizioni autoctone si sovrappongono quelle provenienti dai centri di potere esterni.

L’intero mondo locale, stretto nell’arco dei capisaldi romani di Potentia, Volcei, Grumentum, e reso più vulnerabile dall’impatto distruttivo con gli eserciti invasori nel corso delle guerre annibaliche e di quelle sociali, è così interessato da profonde fasi di decadenza. Queste si materializzano nella rapida contrazione delle attività commerciali e artigianali, nell’isolamento dalle strade consolari (salvo che per la via Popilia, lungo il cui tracciato, non a caso, si trovano i più consistenti segni della presenza romana), nello svuotamento dei centri e nel regresso di ogni forma di vita cittadina.

Entro questa realtà si manifestano le valenze che verranno a costituire alcuni dei tratti fondamentali, o meglio dei “caratteri originari“, dell’area di studio. Il processo di ruralizzazione sboccherà infatti nella costituzione di una base sociale largamente maggioritaria di pastori e contadini che, a fronte delle istituzioni del latifondo e del feudo, elaborerà nel tempo una cultura ambientale autonoma, ponendosi in relazione dinamica con il suolo agricolo, i boschi, i pascoli, l’acqua e, in generale, con tutte le risorse territoriali comprese le popolazioni animali.

Durante il basso impero le fonti letterarie accennano alla Lucania come ad una terra boscosa, ricca quasi esclusivamente di legname. In effetti la scomparsa dell’organizzazione fondiaria e dei sistemi di regimazione delle acque propri del mondo classico e il predominio del latifondo entro la nuova organizzazione centralizzata dello stato, avevano rappresentato fattori determinanti nel regresso dell’opera di civilizzazione agricola e nello spopolamento delle pianure. Peraltro, tra il VI e il X secolo, la situazione politica estremamente incerta aveva favorito, per necessità di difesa, il ritorno della popolazione su quelle stesse alture dove erano sorte le grandi fortificazioni del mondo lucano.

È questo il periodo in cui nel Mezzogiorno d’Italia si fronteggiano bizantini e longobardi e il nostro territorio, attraversato dall’incerta linea di confine tra l’uno e l’altro stato, viene direttamente coinvolto nella dialettica degli eventi bellici e politici. Se verosimilmente la promozione di scavi archeologici potrebbe portare alla luce nuovi elementi materiali (in particolare castellari e posizioni trincerate di cui c’è segnalazione e ricordo anche nella tradizione orale) a suffragio delle tesi storiche, anche allo stato attuale delle conoscenze è ammissibile l’immagine suggestiva del Pollino come crocevia di due civiltà in contrasto, seppure intrecciate tra loro.

Da un lato infatti va registrata la designazione di Rotonda, evidentemente già centro di qualche consistenza, come “nucleo” facente parte del castaldato di Laino e il ritrovamento di oggetti di fattura longobarda a Senise; dall’altro si deve ricordare l’inserimento dei bacini del Mercure e del Sinni nelle Eparchie del Mercurion e del Latinianon, con la conseguente diffusione di testimonianze relative alla presenza in zona del grande movimento monastico bizantino.

ORSOMARSO – Eremo di San Nilo

Sin dal IX secolo iniziano infatti a popolarsi di monaci e di eremiti le vallate del Mercure e del Lao e le fasce montane ad esse retrostanti. Si tratta di un ambiente scarsamente abitato, dove l’esistenza di grotte naturali favorisce la presenza di “lauree” eremitiche. Queste costituiscono del resto soltanto il primo stadio dell’azione di evangelizzazione e civilizzazione promossa dal monachesimo bizantino, che proseguirà nei secoli attorno al mille con l’ulteriore fondazione di chiese e monasteri sia nel versante calabro che in quello lucano del massiccio. Nei pressi o su questi stessi cenobi, molti dei quali sorti per la legge non scritta ma raramente smentita della permanenza territoriale su sedi storiche o protostoriche, si svilupperanno nei secoli successivi alcuni degli odierni paesi.

Dalla prima metà dell’XI secolo, con la costituzione del regno normanno, tornano ad incentivarsi nell’area di studio gli aspetti della centralità e dello sviluppo urbano favoriti dalla creazione di contee, feudi e territori concessi in beneficio, entro i quali si evidenziano poli aggreganti a livello politico, amministrativo e territoriale. Questa realtà si perpetuerà sostanzialmente immutata per circa sei secoli durante i quali gli antichi centri, divenuti luogo di un potere feudale largamente consolidato, si doteranno di castelli-fortilizi e di cinte murarie, e successivamente di chiese, cappelle gentilizie, conventi, oratori, assumendo – come nel caso di Noepoli, Senise, Chiaromonte, Episcopia e Viggianello – l’aspetto di cospicue terre murate.

Episcopia

Lungo lo stesso arco di tempo, ma con molta maggiore intensità a partire dal XVI secolo, si intensificano in campagna i processi di antropizzazione promossi dai feudatari laici ed ecclesiastici che, nell’intento di rendere produttive le proprie giurisdizioni territoriali e i propri possedimenti privati, sono larghi di promesse ai coloni, attratti con patti vantaggiosi e addirittura con la fondazione di nuovi abitati. È il caso di Francavilla (il cui toponimo denunzia l’origine di villa-franca, cioè affrancata dai più pesanti obblighi feudali) e di S. Severino, che rientrano ambedue nella sfera di influenza della Certosa di S. Nicola e dell’Abbazia del Sagittario.

Ma anche S. Giorgio, Fardella e Terranova (già terra-novella di Noia), costituiscono gli esiti di un’ultima determinante fase di sviluppo insediativo che tra il XVI e il XVII secolo trova incentivo anche nell’immigrazione relativamente consistente di profughi albanesi provenienti dalla Morea. Questi si stabiliscono in dipendenza vassallatica presso lo scomparso Monastero di S. Maria della Saectara e successivamente, facendosi forti del diritto di abitazione nel Regno di Napoli loro concesso da Carlo V, ottengono di trasferirsi nei tenitori demaniali dello Stato di Noia dove fondano i casali di S. Costantino e di S. Paolo.

Fonte: PAESI, STORIE E CULTURE DEL POLLINO LUCANO, di Giuliana Campioni – Franco Angeli

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