Nell’Italia unita: il Sud da Regno a regione.

Illustrazione di un proverbio toscano
Il Maestro di cappella è mutato ma la musica è la stessa!!!

Con la campagna garibaldina del maggio 1860, e il successivo plebiscito, le regioni meridionali vennero annesse al resto dell’Italia unificata, o in via di unificazione. Come parte del nuovo Regno d’Italia dominato da casa Savoia, quel vasto territorio della penisola, che per ben sei secoli aveva costituito il Regno di Napoli, perse per sempre la sua dimensione di stato autonomo per divenire un insieme di province.

Si compiva così un processo importante e necessario che portava finalmente l’Italia ad uscire dalla sua antica frammentazione interna per avviarsi all’unificazione territoriale e statale, e assurgere in tal modo al rango di nazione sovrana insieme ai grandi stati d’Europa. Sia che lo si guardi da Sud, sia che lo si osservi da Nord questo evento, non bisogna mai dimenticarlo, fu di decisiva importanza per le sorti future dell’intero paese. Sotto il profilo istituzionale e dell’organizzazione del potere, occorre anzi dire che per il Mezzogiorno aveva termine una ormai anacronistica autonomia statale che lo portava ad essere un piccolo regno in un mondo di giganti nazionali.

Da allora incominciava per esso una nuova vita politica, dipendente da un centro posto fuori dal suo territorio, ma parte integrante di uno stato moderno sorretto da ordinamenti liberali.

Ma tale passaggio politico, inevitabile e necessario, quali effetti ebbe, nell’immediato e nel medio periodo, sulla realtà del Mezzogiorno?

Non v’è dubbio esso produsse contraccolpi negativi, spesso gravi, come vedremo, in vari ambiti della realtà meridionale e soprattutto napoletana. L’abolizione pressoché immediata delle vecchie, tariffe protezionistiche, a partire dall’ottobre del 1860, espose di colpo una buona parte delle industrie dell’ex Regno alla concorrenza esterna, mettendole in grave difficoltà e costringendo talora le più deboli alla chiusura.

Con la perdita del ruolo di capitale, Napoli si avviava su una strada di ridimensionamento politico ed economico destinato a influenzare anche le attività produttive delle province che alla grande città facevano riferimento. L’abolizione della corte, la chiusura di tanti uffici e istituzioni di governo (ministeri, Zecca, Stamperia nazionale ecc.), la soppressione dello stesso esercito borbonico, privarono la città di molte importanti funzioni amministrative che alimentavano le economie locali.

Ma soprattutto Napoli perse in quegli anni la cura ravvicinata dei propri affari, che ad essa proveniva dall’essere sede del governo del Regno. Non è certo senza significato, ad esempio, il fatto che dall’unità fino al 1876, per più di nove anni su quindici, i presidenti del Consiglio italiani furono di origine piemontese. Un dato cui corrispose una lunga, prevalenza di «piemontesi» nei quadri più elevati dell’amministrazione statale. La cura degli affari economici, delle politiche di sviluppo restò così nelle mani assai deboli, inadeguate e spesso in reciproco conflitto degli amministratori locali di Napoli e degli altri singoli comuni delle regioni meridionali.

Non bisogna d’altra parte dimenticare, a questo proposito, che gli stessi gruppi dirigenti meridionali presenti ai vertici dello stato non avevano allora idee chiare su problemi economici e sociali di quelle regioni. Spesso si trattava di persone, di estrazione nobiliare o borghese, che erano state costrette per anni all’esilio dalle persecuzioni borboniche e che perciò non conoscevano in genere le condizioni materiali del Sud. Essi erano peraltro completamente assorbiti dal compito – allora sicuramente esaltante – di costruire le strutture unitarie del nuovo stato.

Ma più che gli effetti indiretti e secondari, alcuni peraltro di non lunga durata, è importante ricordare gli esiti più profondi prodotti sul Mezzogiorno dal modo in cui esso venne annesso al resto del paese.

In effetti, l’inglobamento del Regno di Napoli nella compagine nazionale fu poco più che una operazione militare e istituzionale. Scarsa fu la partecipazione popolare e di massa al movimento unitario, per il semplice motivo che quest’ultimo era assai povero di contenuti sociali che potessero interessare le popolazioni. Debole, d’altra parte, e poco sviluppato era allora il ceto medio urbano e rurale in grado di far propri gli ideali dell’unità italiana e di scorgervi anche evidenti interessi materiali.

Le élites  democratiche (garibaldini, mazziniani ecc.) per giunta, provenienti prevalentemente dalle classi borghesi, e che nel Mezzogiorno costituivano le sole forze con qualche legame di consenso fra i ceti popolari, vennero sconfitte dalla soluzione politica moderata con cui si compiva allora l’unificazione italiana. È facile immaginare perciò che gran parte della popolazione sentisse i nuovi dominatori come degli estranei, se non addirittura come una potenza nemica, che aveva deposto con le armi un governo legittimo, addirittura un’anticadinastia.

Il Mezzogiorno, dunque, faceva il proprio ingresso nella nuova nazione su esigue e fragili basi di consenso.

Non stupisce, quindi, se all’interno di tale quadro, proprio all’indomani dell’unità, prendeva avvio la più vasta, lunga e sanguinosa forma di «guerra civile» della nostra storia: il brigantaggio.

  • A spingere gruppi estesi di uomini – prevalentemente contadini – o ex soldati a darsi alla, macchia influiva un insieme di ragioni immediate e concorrenti: la nuova pressione fiscale (molto più dura e indiscriminata di quella, piuttosto mite e paternalistica, praticata dai Borboni);
  • l’antico bisogno di terra delle popolazioni rurali, riacceso e presto deluso dal modo in cui si era conclusa l’impresa garibaldina (la quale, specie in Sicilia, aveva suscitato speranze di trasformazione sociale);
  • lo scioglimento e lo sbandamento dell’ex esercito borbonico che privava d’un colpo migliaia di soldati e ufficiali d’un qualsiasi status sociale e di qualsiasi collocazione;
  • la coscrizione obbligatoria imposta dal nuovo stato, che sottraeva per Cinque anni le più giovani braccia da lavoro alla famiglia contadina.

Tra il 1861 e il 1866 all’incirca (ma il periodo più intenso è compreso fra il 1861 e il 1863) buona parte dell’Italia meridionale, e soprattutto regioni come la Puglia, il Molise, la Basilicata, la Campania vennero percorse dai movimenti di bande armate formate da contadini o ex soldati datisi alla macchia, che sottoponevano a saccheggio beni e proprietà dei signori locali, decisi spesso a vendicare antichi soprusi sociali e familiari, e che ad ogni modo dichiaravano guerra aperta al nuovo stato. Cresciuti progressivamente di numero, i briganti vennero ben presto a godere dell’omertà o dell’appoggio aperto delle masse contadine, delle cui esigenze elementari costituivano una sorta di emanazione violenta ed extralegale. Al tempo stesso essi ottennero il sostegno attivo dell’ex re, Francesco II, rifugiato a Roma che sperava per loro tramite di fomentare una rivolta popolare in grado di riportarlo sul trono. Anche la chiesa non mancò di dar sostegno alle bande, soprattutto attraverso l’opera di protezione e aiuto condotta dai conventi. D’altro canto, essa condivideva, e a un tempo alimentava, l’ideologia dei moti briganteschi, che vedevano nel governo liberale il nemico della «buona religione» e del papa, e al tempo stesso un oppressore che aveva rovesciato con la forza le legittime autorità, infrangendo i vecchi istituti e costumi.

Tali anarchiche rivolte di matrice contadina, ma animate da profonde e contraddittorie esigenze di giustizia sociale, al tempo stesso avviluppate entro ideologie arcaiche e reazionarie, impegnarono ferocemente la macchina repressiva del nuovo stato. Per soffocarle fu allora impegnato quasi metà dell’esercito italiano che spesso non si comportò meno ferocemente di come si comportarono i briganti.

Nel 1863 venne emanata la «legge Pica», che autorizzava lo stato d’assedio nei paesi battuti dai briganti. Proprio in quello stesso anno, il deputato Massari, incaricato dalla Commissione d’inchiesta della Camera di stendere la relazione sul brigantaggio delle province meridionali, forniva alcune terribili e ancora provvisorie cifre della repressione fin lì attuata: circa 3451 morti fra i briganti contro 307 morti fra soldati e ufficiali dell’esercito. E così egli concludeva: «il numero totale […] approssimativo dei briganti per morte, per arresto e per presentazione volontaria posti fuori combattimento ascende a 7151».

Con tale esito si chiudeva, almeno sotto il profilo militare, una pagina sanguinosa e violenta che segnava in maniera grave, sin dalle origini, il rapporto fra stato unitario e popolazioni del Mezzogiorno. Proprio laddove sarebbero stati più necessari adesioni e consensi, un radicamento profondo nella coscienza collettiva, la nuova compagine statale si presentava, agli occhi della grande massa della popolazione, con il volto violento e brutale della repressione armata.

Da BREVE STORIA DELL’ITALIA MERIDIONALE, di Piero Bevilacqua – Donzelli

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