ANTICO EGITTO – Il libro dei Morti

Il libro dei Morti è una raccolta di testi funerari di epoche diverse, contenente formule magiche, inni e preghiere che guidavano e proteggevano l’anima (Ka) nel suo viaggio attraverso la regione dei morti.

Secondo la tradizione, la conoscenza di questi testi permetteva all’anima di scacciare i demoni che le ostacolavano il cammino e di superare le prove poste dai 42 giudici del tribunale di Osiride dio dell’aldilà.
 
Poiché si riteneva che, dopo aver lasciato la tomba, le anime dei morti fossero in balia di infiniti pericoli, le tombe erano tutte dotate di una copia del Libro dei Morti , vera e propria guida per il mondo dell’aldilà.

Il dio Anubi pesa il cuore umano mentre Thoth ne scrive il risultato. Scena dal Libro dei morti. Papiro del 1285 a.C.

Dopo l’arrivo nel regno dei morti, il ka veniva giudicato da Osiride e dai 42 demoni che lo assistevano. Se essi decidevano che il defunto era stato un peccatore, il ka era condannato alla fame e alla sete o a essere fatto a pezzi da orribili carnefici; se invece la decisione era favorevole, il ka migrava nel regno celeste dei campi di Yaru, dove il grano cresceva altissimo e l’esistenza era una versione festosa della vita sulla Terra. Tutti gli oggetti necessari per la vita nell’aldilà venivano perciò posti nella tomba.
Come pagamento per l’aldilà e per la sua benevola protezione, Osiride chiedeva che i morti svolgessero mansioni per lui, ad esempio lavorare i campi di grano. Anche questo compito, tuttavia, poteva essere evitato ponendo alcune statuette, chiamate ushabti, nella tomba affinché fungessero da sostituti per il defunto.

 

La mummia di fronte ad Horus

Quando il defunto compariva davanti al tribunale di Osiride, si discolpava presso i giudici mediante una confessione che è detta “negativa” perché svolta sulla negazione d’aver commesso ingiustizie o atti malvagi (generalmente di carattere religioso o rituale).
Questa confessione era rilasciata in due tempi: dapprima il defunto si indirizzava al tribunale nella sua interezza, poi alle 42 divinità che assistevano Osiride.
Dopo aver salutato quest’ultimo “Dio grande, Signore di verità e di giustizia, Signore onnipotente”, di cui egli dichiarava di conoscere il nome magico, così come quello dei suoi collaboratori, il defunto iniziava la propria confessione:

 

La confessione

“Io non sono stato violento nei confronti dei miei genitori. Io non ho commesso crimini. Io non ho sfruttato gli altri. Io non sono stato ingiusto. Io non ho ordito congiure. Io non sono stato blasfemo”. Il morto si rivolgeva poi a ciascuno dei quarantadue giudici, generalmente spiriti di città o di altri luoghi terrestri:
“O tu, Spirito che appari ad Eliopoli e che procedi a grandi passi. io non sono stato perverso. …..
O tu, Spirito di Letopolis, dagli sguardi che sembrano coltelli, io non ho ingannato …
O, tu Spirito dell’Amenti, dio della duplice sorgente del Nilo, io non ho diffamato ….
La confessione presentava in sè, visti i peccati che l’anima negava d’aver commesso, un alto carattere morale ma, in realtà, bastava saperla recitare a memoria o leggerla dopo essersela scritta nella tomba, per essere sicuri di ricevere l’assoluzione anche nel caso che si fossero commessi tutti i peccati nominati nel corso dell’atto di discolpa:
 
Non ho detto il falso
Non ho commesso razzie
Non ho rubato
Non ho ucciso uomini
Non ho commesso slealtà
Non ho sottratto le offerte al dio
Non ho detto bugie
Non ho sottratto cibo
Non ho disonorato la mia reputazione
Non ho commesso trasgressioni
Non ho ucciso tori sacri
Non ho commesso spergiuro
Non ho rubato il pane
Non ho origliato
Non ho parlato male di altri
Non ho litigato se non per cose giuste
Non ho commesso atti omosessuali
Non ho avuto comportamenti riprovevoli
Non ho spaventato nessuno
Non ho ceduto all’ ira
Non sono stato sordo alle parole di verità
Non ho arrecato disturbo
Non ho compiuto inganni
Non ho avuto una condotta cattiva
Non mi sono accoppiato (con un ragazzo)
Non sono stato negligente
Non sono stato litigioso
Non sono stato esageratamente attivo
Non sono stato impaziente
Non ho commesso affronti contro l’immagine di un dio
Non ho mancato alla mia parola
Non ho commesso cose malvagie
Non ho avuto visioni di demoni
Non ho congiurato contro il re
Non ho proceduto a stento nell’acqua
Non ho alzato la voce
Non ho ingiuriato dio
Non ho avuto dei privilegi a mio vantaggio
Non sono ricco se non grazie a ciò che mi appartiene
Non ho bestemmiato il nome del dio della città.
 
Tra, i vivi, si ha notizia di una confessione dello stesso genere che veniva pronunciata dal sacerdote dopo l’apertura del naos, al mattino, durante il culto divino quotidiano, nell’ora destinata all’adorazione del dio.

Da anticoegitto.net

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