La cappa, ovvero il tabarro

Giuseppe di Poveragente e Carmelo Parlato

 

Noi lo chiamavamo cappa, in realtà si tratta del tabarro.  Nel dopoguerra  era molto usato. Oltre a proteggere dal freddo, dava una certa eleganza austera, sebbene fosse un indumento semplice ed umile.

 

 

 

 Il tabarro

Nei miei ricordi d’infanzia c’è, fra le altre cose, anche l’uomo col tabarro.  Questo  grande mantello a ruota in panno pesante, di colore sempre scuro, non era già più molto in voga, ma i vecchi lo indossavano ancora e, devo dire, con gran classe. Il tabarro dava all’uomo, spesso baffuto, un’aura di serietà, di rispettabilità che metteva soggezione.
Il tabarro è la derivazione dell’antica toga dei senatori romani trasformatasi nel Medioevo in mantella usata dai cavalieri, dai medici, dai notabili e dagli ecclesiastici e poi passata di moda e rimasta solo nell’abbigliamento di artigiani e pastori.

Ha avuto il suo massimo splendore all’epoca della Serenissima Repubblica di Venezia  quando lo indossavano tutti: nobili, cavalieri, prelati, mercanti, contadini e banditi. Le differenze stavano nella qualità del tessuto, ma sempre di un panno particolare tagliato a vivo con una sola cucitura, e nel metallo dei mascheroni che adornavano il “ganghero”: per nobili e alti prelati era in argento o in oro brunito con l’effige del leone mentre per i poveri semplicemente un gancio in ferro.

Questo capo d’abbigliamento era simbolo dei cittadini della classe semplice detti appunto da tabarro però era anche molto utilizzato dai giovani patrizi che lo indossavano per le loro avventure notturne. Successivamente questa moda conquistò anche le dame che vollero servirsi del tabarro per aggiungere maestosa grazia alla figura femminile attraverso le sue belle pieghe e i suoi pittoreschi panneggi.
Celeberrimo era il tabarro da maschera che completava il travestimento con un cappello nero con tre punte definito come tricorno. Il tabarro era apprezzato da uomini e donne per nascondere l’eleganza sontuosa dei vestiti e dei gioielli banditi entrambi dalle leggi della Repubblica e come garanzia di anonimato.Tramite questa segretezza di identità uomini e donne si permettevano di vivere esperienze lussuriose oltre ogni limite.

Persino “preti e monache per forza” usavano il tabarro da maschera per erotiche avventure e licenziosi incontri. Sotto di esso potevano nascondersi “la più gran nobiltà, la plebe più vile, e i delatori più insigni”.

Nell’ottocento il tabarro ritorna in uso presso i dandy dell’epoca, ma nel novecento incomincia ad essere soppiantato dal cappotto. Durante il fascismo viene considerato un capo di ispirazione anarchica ed è proibito portarlo, per lo meno in città. Nelle campagne la sua vita è più lunga e sopravvive finoo agli anni cinquanta.

Oggi, soprattutto nel Veneto, c’è un suo rilancio; ci sono un paio di case specializzate nella produzione di tabarri e il fascino delle cose dimenticate e la nostalgia di un tempo passato forse restituiranno a questo bel mantello un posto nei nostri guardaroba.

Fonte: http://ilclandimariapia.blogspot.it/2014/08/il-tabarro.html

Nella foto di Giovanni Spinicci vedete Giuseppe di Poveragente e Carmelo Parlato.

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3 thoughts on “La cappa, ovvero il tabarro

  1. Laura

    La mia tesi di laurea é una cappa… Sono sempre stata affascinata, quasi ossessionata da cappe e mantelli. Ne ho cuciti a centinaia e ne cucio ancora oggi… Se fosse per me mi vestirei ogni giorno con mantelli e cappe ma purtroppo, a parte qualche raro evento, ne uso solo a carnevale e halloween o al massimo rossa per natale ….

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  2. Giuseppe Colasante

    Per Laura: dici che cuci ancora oggi. Dove stai? Saresti disponibile a cucirne uno per me? Ti lascio il mio recapito telefonico, chiamami. 3485465093. Grazie.

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