Peppe Villella: un’ordinanza, per liberarlo dal carcere-museo in cui è rinchiuso da 144 anni. Nel 2016 la sentenza

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Poi Peppe Villella, stanco d’aspettare che l’intellighenzia italica (storici, sociologi, antropologi, editori, opinion maker, cineasti e menestrelli) smettesse i sofismi con cui infiocchetta ed elude l’ormai annosa questione del cranio conteso, ha intrapreso la via giudiziaria. Segno che anche per i cadaveri, o quel che di essi residua, soltanto i giudici possono rimettere le cose (in questo caso i crani) al loro giusto posto. O almeno lui ci spera. Gli è stata data ragione, in prima battuta: un’ordinanza, per liberarlo dal carcere-museo in cui è rinchiuso da 144 anni, l’ha emessa, il 5 ottobre del 2012, il Tribunale di Lamezia Terme, che, ritenendo fondate le ragioni degli avvocati ingaggiati dal Comitato “No Lombroso”, ha ingiunto al Museo “Cesare Lombroso” e all’Università di Torino (condannati anche alle spese di trasporto e tumulazione) di restituire il cranio di Villella al suo paese d’origine, Motta Santa Lucia, perché sia finalmente seppellito. Nulla di tutto ciò, però, è accaduto. Perché l’ordinanza è stata sospesa, su richiesta dell’Università di Torino, dalla Corte d’appello di Catanzaro, che ha fissato la discussione una prima volta il 2 dicembre 2014 e, successivamente, ad aprile 2016. Così, Peppe Villella, che da vivo la giustizia non l’ha mai incontrata, da morto la sta ancora aspettando.

PASSANNANTE SEPPELLITO
Se vai su Youtube e clicchi il nome di Giovanni Passannante, il cuoco anarchico lucano che attentò nel 1878 alla vita di re Umberto I di Savoia con un coltello di quattro centimetri ferendolo a un braccio, trovi di tutto.
Persino musiche sperimentali, canti sociali, brani tratti da cd, trailer di film, ultimo quello del 2011 di Sergio Colabona, che la “Cineteca Calabria” ha proiettato a Catanzaro, e che ha avuto successo di critica e di pubblico, provocando, di conseguenza, innumerevoli dibattiti, convegni, articoli. Se clicchi, invece, il nome di Giuseppe Villella, il brigante calabrese che morì a 69 anni nel carcere di Vigevano sul cui cranio Cesare Lombroso agì all’alba del 4 gennaio 1871 nel suo laboratorio di Pavia con il compasso scorsoio a branche rette per scoperchiarlo e dissezionarlo e in cui asserì di aver rintracciato, con suo grande giubilo, la famigerata “fossetta occipitale mediana” che avrebbe dovuto dimostrare la teoria del delinquente per nascita, cestinata dalla comunità scientifica mondiale, non trovi niente.
È il riflesso, la differenza di trattamento, non solo di un brigante doppiamente fregato: in vita, per gli stenti che subì, e da morto, per l’impossibilità di riposare in pace sottoterra; ma anche della fragilità culturale di questa parte del Mezzogiorno, che continua a non avere testimonial, scrittori che la raccontino, a parte Mimmo Gangemi, che da qualche giorno è in libreria con un bellissimo libro edito da Bompiani (“Un acre odore di aglio”), registi che la riposizionino nell’immaginario collettivo, personalità dello spettacolo che se ne ricordino.

L’INNAFFIATORE DEL CERVELLO
Ancora: se vai nel museo criminologico del Dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia a Roma, non trovi più, nel recipiente in cui era custodito dal 1936, dopo la sua morte avvenuta nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino nel 1910, il cranio (e il cervello) dell’anarchico di Salvia di Lucania (nome trasformato per punizione, dopo l’attentato, in Savoia di Lucania) che un custode innaffiava con la formalina perché la materia grigia si conservasse e da cui ha preso il titolo quello straordinario spettacolo dell’attore Ulderico Pesce che è “L’innaffiatore del cervello di Passannante”.
Non lo trovi più, perché grazie all’impegno strepitoso, costante, puntuale e multilaterale di attori, registi, giornalisti e politici (non si contano le interrogazioni parlamentari) quel cranio, su cui lo Stato italiano quand’era in vita non s’è risparmiato nulla per umiliarlo (all’isola d’Elba dov’era stato rinchiuso a vita, benché il ferimento di un sovrano non comportasse l’ergastolo, lo si costrinse a cibarsi dei propri escrementi), al punto da farlo impazzire e da cancellare il cognome Passannante dai registri dell’anagrafe, è stato seppellito, nel 2007. Dopo una messa in suffragio del defunto, a scoppio parecchio ritardato, finalmente Giovanni Passannante, da qualche anno, riposa in pace.

Cesare Lombroso

Cesare Lombroso

 

IN VIOLAZIONE DI OGNI NORMA
Se invece vai a Torino, nel museo degli orrori “Cesare Lombroso”, il povero Villella è ancora lì. La progressista, democratica Torino, acconsente a questo scempio di civiltà e della legge eterna che esige la sepoltura dei cadaveri. Nonché della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata nel 1948, che esige il rispetto dell’uomo e dei suoi resti mortali.
Il cranio di Villella è esposto al pubblico per dar lustro alle teorie folli di un medico veronese figlio senz’altro del suo tempo, ma che ha contribuito come pochi altri a diffondere pregiudizi esiziali sui “diversi”, anarchici, briganti, omosessuali, prostitute e meridionali.
Villella è ancora imprigionato. Senza rispetto per la civiltà giuridica, senza rispetto della pietas, senza rispetto per la dignità della persona umana. Una pena irrogata, evidentemente, per la vita e per la morte.

RINCHIUSO DA 144 ANNI
Se Passannante aveva attentato al re urlando “Viva la Repubblica universale”, scandalizzando la regina Margherita che gli stava accanto, e fu condannato, prima a morte e poi al carcere perenne, il brigante di Motta Santa Lucia sapete di cosa fu accusato? Di sospetto brigantaggio. Condannato «tre volte per furto e in ultimo per l’incendio di un mulino».
Eppure, quel «tristissimo uomo – così lo descrive Lombroso – d’anni 69, contadino, ipocrita, astuto, taciturno, ostentatore di pratiche religiose, di cute oscura, tutto stortillato, che cammina a sghembo e aveva torcicollo non so bene se a destra o a sinistra», non ha avuto ancora la grazia di una sepoltura nel suo cimitero.
Un poveraccio di calabrese colpevole d’inedia, quando l’Italia per assimilare il Sud passò per le armi senza molte cerimonie migliaia di rivoltosi sociali che non sapevano neppure cosa stesse accadendo, morto di tisi, scorbuto e tifo nel carcere di Vigevano, è trattenuto, suo malgrado, in un carcere atipico, ma ugualmente disumano, e nessuno riesce a liberarlo.
Su di lui non è stato realizzato un film, un documentario, né scritto un racconto, un libro, neanche una memoria per ricordare la croce che ha portato. Sarà perché non ha mai incarnato l’archetipo del rivoltoso di sinistra e quindi paga anche la colpa d’essere stato un brigante di rango minore? O peggio un sottoproletario privo di coscienza politica, mai intruppato in un partito o movimento e, pertanto, indifferente all’intellighenzia che più ha influenzato la cultura nazionale? Carne di macello per il Borbone, prima, come tutti i senzaterra meridionali. Anima persa per lo Stato italiano di ieri e di oggi che non dà segni, nonostante le richieste del comune di Motta Santa Lucia di riaverne il cranio per tumularlo, della minima resipiscenza.

ANTIGONE E LA BIBBIA

Si obietterà: quel cranio, in quel luogo di scienza, serve a ricordare la genialità di Lombroso, che proprio in quelle ossa scovò la fossetta fanfaluca. Di Lombroso è nota l’inconsistenza culturale, pur accordandogli l’entusiasmo infaticabile dello sperimentatore. Ivi comprese le sue truculenti affermazioni razziste. La battaglia per porre fine a questo scandalo, condotta dal Comitato “No Lombroso”, tuttavia, sembra uscire dall’anonimato. Alcuni comuni del Nord, Lecco in testa, si sono schierati dalla parte di Villella. Una lettera del Dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia, per la prima volta, accenna a violazioni della normativa vigente. Mutismo incredibile, però, da parte della Chiesa, a parte il vescovo di Torino che sostiene la sepoltura del cranio. Eppure i testi biblici e la stessa cultura greca che ha animato l’Occidente non lasciano dubbi sul punto. Antigone, nella tragedia di Sofocle, si fa murare viva perché viola la tremenda legge di Tebe che condanna i corpi dei traditori a putrefarsi senza sepoltura al di fuori delle mura. Così, per seppellire il fratello Polinice, e contro il volere di Creonte, lo zio tiranno, dà con le sue mani sepoltura a quel corpo e muore.

E la Bibbia? Sia che la si consideri il libro dello spirito della letteratura mondiale, o, da chi crede, la parole di Dio, espressamente chiarisce – per esempio nel secondo libro Samuele, quando Davide recupera i corpi di Saul e dei suoi figli morti nella battaglia contro i Filistei per seppellirli – che essere privati della sepoltura è una maledizione di Dio e che, quindi, la sepoltura si concede anche ai criminali dopo l’esecuzione della pena capitale.

Ma c’è una norma vincolante, e vigente, per ebrei e cristiani. Esattamente i versetti 22/23 del Deuteronomio (ossia il quinto libro che sigilla il Pentateuco, i cinque libri particolarmente venerati dalla tradizione giudaica e cristiana). Si tratta del libro che contiene alcuni discorsi di Mosè e al cui interno vi sono le leggi che debbono reggere Israele pena la reazione (durissima, se si pensa alla poca duttilità del Dio dell’antico testamento) e che nella parte indicata asserisce: «Quando un uomo ha commesso un peccato che merita la morte e tu l’ha appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere appeso tutta la notte all’albero. Lo devi seppellire in quello stesso giorno, perché appeso è una maledizione di Dio e tu non devi contaminare la terra che il Signore tuo Dio ti ha dato in eredità».

IL REDDE RATIONEM NEL 2016
Ma con Villella come la mettiamo? Non da un giorno è appeso a quell’albero, seppure l’albero della scienza positivista dell’epoca. E non è bastata la decisione del Tribunale di Lamezia del 2012 per liberarlo dal carcere-museo. È stata stoppata dalla Corte d’appello di Catanzaro, che ha fissato il redde rationem ad aprile 2016. Per questi rinvii, tuttavia, Peppe Villella non dispera. Sogghigna (è raccapricciante un cranio che flette l’osso mascellare) quando s’imbatte nelle elucubrazioni “culturali” (pubblicazioni, articoli, appelli) di chi, per trattenerlo pure da morto, asserisce l’importanza scientifica di esibire i suoi resti nel “museo degli orrori”, benché il Tribunale di Lamezia abbia suggerito di sostituirli con un calco in gesso. «Forse per voi viventi qualche anno d’attesa è un’eternità», spiega a chi si lamenta delle lungaggini della giustizia, «ma per me, rinchiuso da un secolo e mezzo, un anno o due sono un batter di ciglia, se le avessi ancora…».

 

di Romano Pitaro*

Fonte: http://www.corrieredellacalabria.it/index.php/cultura-e-spettacoli/item/32268-in-carcere-da-144-anni,-nel-2016-la-sentenza

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