LA COLONIA

Mi sta anche bene: a differenza di altri paesi, l’Italia non ha una vera vocazione imperialista e preferisco le medie e piccole imprese alle megacorporation da un miliardo di dollari. Ma la moda? Il cibo? Inclusi, adesso, gelati e caffè? Non sarebbe giusto che nelle nostre aree più tradizionali e di eccellenza, anche solo in quelle, fossimo esportatori di prodotti e di abitudini o almeno non ne diventassimo importatori? Gli americani vanno da Starbucks perché credono che sia italiano – ci trovano bevande chiamate “espresso”, “cappuccino”, “frappuccino”, e sandwich chiamati “panini” –; però si comprano solo smartphone Apple o Samsung; mai acquisterebbero un telefonino italiano. Gli italiani si comprano pure loro solo l’iPhone o il Galaxy ma si lasciano anche invadere da Starbucks e da Grom (non illudetevi, senza un po’ di protezionismo culturale si moltiplicheranno: hanno i soldi e non hanno scrupoli). 


Si chiama colonialismo e noi siamo la colonia. Chiariamo una cosa: colonie si diventa, come già sapeva Machiavelli, non solo e non tanto per via della forza degli invasori ma per la debolezza di chi si lascia invadere e la complicità di chi, dall’interno, vende la propria identità e tradisce il proprio paese per sentirsi un vincente. È questa la questione fondamentale del nostro tempo e la lotta che deciderà il futuro del mondo: quella fra chi difende le autonomie locali, le comunità e i valori nazionali popolari, e chi auspica l’impero globale della finanza e l’omogeneizzazione del pianeta e li descrive come un destino manifesto, inevitabile.

Francesco Erspamer

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