La poesia? Parole a contrappeso.

Emanuela, un’insegnante di liceo a Milano, mi chiede un suggerimento per i suoi studenti circa l’utilità della poesia. Rispondo volentieri, da lettore.
In un racconto del brasiliano Guimaraes Rosa un ragazzo, Miguilìm, cresciuto in una sperduta campagna, viene adottato da una famiglia di città. Si accorgono che è debole di vista e lo portano da un oculista. Miguilìm inforca il suo paio di occhiali e improvvisamente vede il mondo con la più spaventosa precisione.

Così è stata e continua a essere la poesia che mi coinvolge: un paio di occhiali, la sorpresa di una rivelazione.
Con la letteratura in prosa mi tengo buona compagnia, con quella in versi mi scoppietta dentro il petardo di una verità.
“Solo nell’entusiasmo l’essere umano vede il mondo esattamente.
Dio ha creato il mondo in un entusiasmo”.
Questo versi della poeta russa Marina Zvetaeva mi producono una verità?
Per un momento sì, poi si trasformano in un programma: cerca di entusiasmarti della vita intorno, di riconoscere la forza di resistenza al male, ai dolori, che non sta nel generico “bene”, ma nell’energia sovversiva dell’entusiasmo.

La poesia non è utile, non serve: carmina non dant panem.
Nella città di Sarajevo assediata e affamata da tre anni, si facevano serate di poesia. I cittadini andavano a sentire poeti in qualche sottoscala a lume di candela.
Avevano bisogno di ascoltare parole capaci di far dimenticare loro l’oppressione, i lutti e le scarsità. Avevano urgenza di parole a contrappeso.
Quelle serate sospendevano l’assedio, lo isolavano fuori, lo abbassavano a rumore di fondo. Questi “carmina” continuavano a non dare “panem”, però facevano dimenticare la mancanza.
In inverno facevano dimenticare il freddo.
Cosa è allora questa benedetta poesia? Che attrezzo è?
È una dotazione di pronto soccorso. In caso di bisogno fa rompere il vetro e aprire il varco di un’uscita di emergenza.

Erri De Luca

Fonte: http://fondazionerrideluca.com/web/a-contrappeso/

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