Il XX è il secolo delle burocrazie, e queste burocrazie amministrano come se uomini e cose fossero tutt’uno

Il XX è il secolo delle burocrazie gerarchicamente organizzate nei governi, nelle attività economiche, nelle organizzazioni sindacali. E queste burocrazie amministrano come se uomini e cose fossero tutt’uno; esse seguono certi principi, soprattutto quello economico del rispetto dei bilanci, della quantificazione, della massima efficienza e del profitto, e funzionano esattamente come farebbe un calcolatore elettronico programmato in base a cedesti principi. L’individuo diviene un numero, si trasforma in cosa.

Ma proprio perché non si ha a che fare con un’autorità manifesta, proprio perché non è «obbligato» a obbedire, l’individuo coltiva l’illusione di agire volontariamente, di seguire soltanto l’autorità «razionale». E chi potrebbe disobbedire a ciò che è «ragionevole»? Lo stesso accade in seno alla famiglia e alle istituzioni didattiche. La corruzione delle teorie di istruzione progressista ha dato vita a un metodo tale per cui al ragazzo non vien detto che fare, non gli vengono impartiti ordini, non lo si punisce per non averli eseguiti. Il ragazzo non fa che «esprimersi»; ma, fin dal primo giorno di vita, gli si inculca un empio rispetto per il conformismo, la paura di essere «diverso», il timore di restare isolato dal resto del gregge.

L’«uomo dell’organizzazione», cresciuto in questo modo nella famiglia e nella scuola, e la cui educazione viene completata in seno a una vasta struttura, ha opinioni ma non convinzioni; si diverte, ma è infelice; è sempre disposto a sacrificare la propria vita e quella dei suoi figli nella volontaria obbedienza a poteri impersonali e anonimi; accetta i calcoli sulla megamorte, tanto di moda oggi a proposito di guerra termonucleare: metà della popolazione di un paese sterminata? «Perfettamente accettabile.» Morte di due terzi della popolazione? «Forse inaccettabile.»

La questione della disobbedienza è oggi di vitale importanza.

Se, stando alla Bibblia, la storia umana è cominciata con un atto di disobbedienza- quello di Adamo ed Eva se, stando al mito greco, la civiltà ha avuto inizio con l’atto di disobbedienza di Prometeo, non è improbabile che la storia umana venga conclusa da un atto di obbedienza, l’obbedienza ad autorità esse stesse prone ad antichi feticci, quelli deIla «sovranità statale», dell’«onore nazionale», della «vittoria militare», e che impartiranno l’ordine di premere i fatali bottoni a individui che obbediscono a loro e ai loro feticci.

Dunque, la disobbedienza, nell’accezione in cui qui si usa il termine, è un atto di affermazione della ragione e della volontà. Non è tanto un atteggiamento contro qualcosa, quanto un atteggiamento per qualcosa: per la capacità umana di vedere, di dire ciò che si vede, di rifiutare ciò che non si vede. Per farlo non occorre che l’uomo sia né aggressivo né ribelle: basta che tenga gli occhi aperti, che sia ben desto e desideroso di assumersi la responsabilità di aprire gli occhi a coloro i quali corrono il rischio di perire per il fatto di essere immersi nel dormiveglia.

Da LA DISOBBEDIENZA ED ALTRI SAGGI, di Erich Fromm – Mondadori

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