La Calabria distrutta e un futuro che non arriva

Terremoto 1908. Reggio – C. Chiesa del Rosario

Giuseppe  Isnardi scrisse questo testo circa un secolo fa. Molte sue speranze sono andate deluse. La Calabria non ha saputo dare splendore alla sua anima. Ai crolli dei terremoti si sommano i crolli morali e culturali di una classe politica impresentabile

I monumenti che nel passato adornavano la Calabria, attestando il suo fiorire nell’età greca, nella romana, nella medioevale sono stati distrutti ad uno ad uno dal ripetersi incessante dei terremoti.

I templi greci di città come Locroi, Caulonia, Croton, Hipponium, Rhegium, Terina, Thurii (per non dire di Sybaris, distrutta metodicamente dai Crotoniati sin dal 510 a. C.) caddero in età lontanissime, e le rovine accatastate in cumuli informi si sfecero a poco a poco sotto il terreno e la vegetazione o furono portate, a pezzo a pezzo, nei paesi lontani dalle spiagge perché servissero alla costruzione di chiese cristiane o di altri edifici.

Le cattedrali normanne di Nicastro, di Cosenza, di Mileto, rivaleggianti, se non in copia di mosaici e di marmi per lo meno in arditezza maestosa di forme, con le cattedrali di Sicilia, non esistono più o sono state completamente rifatte in tempi posteriori. I castelli normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnuoli sono in parte scomparsi, in parte sono mal riattati e deturpati; ridotto a malinconica rovina quello di Cosenza, distrutto interamente dagli uomini per far posto a costruzioni moderne quello di Catanzaro, in parte dai terremoti quello poderoso di Reggio. Pochi, come quelli di S. Severina, di Castrovillari e di Crotone, adibiti dallo Stato o dai Comuni per loro « usi amministrativi», conservano  quasi intatta una esteriore nobiltà di linee; quello di Rocca Imperiale, stupendo per l’aspetto maestoso che gli da la posizione isolata e prominente e per la tinta fulva delle sue grandi muraglie merlate si rivela da vicino, e più ancora nell’interno, pressoché un gigantesco scheletro abbandonato.

Non si vuoi dire con ciò che la Calabria manchi di vestigia artistiche del suo passato. Tutt’altro. Basterebbe citare, per dimostrare la continuità del manifestarsi e dell’evolversi delle forme artistiche nella regione, la solitaria colonna del tempio di Hera Lacinia presso Crotone, i ruderi di Locroi e di Hipponium, i monumenti schiettamente bizantini di Rossano, di Stilo, di Santa Severina, le chiese basiliane di Staiti (S. Maria di Tridetti),

Staiti – S. Maria di Tridetti

di S. Demetrio Corone (S. Adriano), di Rossano (S. Maria del Patirion), di Stilo (San Giovanni Vecchio), i ruderi maestosi di S. Maria della Roccella (Borgia presso la stazione ferroviaria di Catanzaro Lido) e la cattedrale normanna, superba sulle sue antiche colonne, di Gerace Superiore, le eleganze gotiche di S. Bernardino di Morano, di S. Maria della Consolazione di Altomonte, di S. Francesco a Tropea, di S. Domenico a Cosenza. Di età più recente si potrebbero ricordare il bel San Michele di Monteleone dal nobile esterno cinquecentesco, i resti, di superba grandiosità palladiana, della Certosa di Serra S. Bruno, e le belle facciate barocche della Chiesa Madre, del Rosario, dell’Addolorata nello stesso paese e le loro ricchezze di artistici bronzi e di marmi calabresi.

MATTIA PRETI – Battesimo di Cristo, Chiesa di Santa Barbara – Taverna

Converrebbe ricordare le numerose statue gaginiane sparse nella regione (particolarmente quelle della Matrice di Monteleone), i mausolei di età angioina, aragonese e spagnuola di Cosenza, di Gerace, di Caulonia, di Altomonte, di Scalea, i bellissimi esemplari di oreficeria religiosa (la famosa stauroteca di arte normanna-sveva) e gli intagli in legno di Cosenza, quelli di S. Marco Argentano, di Altomonte, di Morano, di Tropea. Bisognerebbe ricordare soprattutto il tesoro pressoché ignorato — e non solo dal grande pubblico — delle numerose tele di Mattia Preti che nella nativa Taverna dicono tutta la tragica grandezza di uno dei più espressivi artisti del seicento italiano.

La Calabria è ancora terra in notevole parte da « scoprire» o da studiare sotto l’aspetto dell’arte, specialmente per l’età classica e per il primo medioevo. Deliziose sorprese serbano al viaggiatore colto, insieme con le numerose raccolte private, i piccoli ma interessanti musei di Gerace Marina, Catanzaro, Crotone, ricchi di fittili d’ogni specie, di tavolette funerarie, di armi, di monete dell’età classica; ricco di oggetti notevoli d’arte antica e moderna è quello Comunale di Reggio, […]

C’è fra i calabresi da parecchi anni un vivace movimento per la rivelazione, la difesa e la messa in valore del patrimonio artistico regionale. Sorgono comitati di amici dell’arte e dei monumenti (Società Mattia Preti a Reggio Calabria, Gruppo Artistico Calabrese a Roma), si partecipa degnamente alle maggiori mostre nazionali di arte decorativa (Monza e Roma) con intento di mettere in luce i prodotti artistici locali e di richiamare a nuova vita motivi estetici tradizionali, si fanno studi e ricerche, si pubblicano riviste e si compilano cataloghi di monumenti e opere d’arte. Se attualmente ancora scarsa e quasi soltanto occasionale è l’attività dello Stato per ciò che riguarda gli scavi, mercé l’infaticato amore di alcuni uomini raccolti nella giovane ma già benemerita Società Magna Grecia (primo fra tutti, sempre, Paolo Orsi, al quale la Calabria deve di essere stata rivelata come regione avente un suo carattere d’arte) si intraprendono e si continuano con notevole ricchezza di risultati, campagne di scavi (Monteleone, Ciro e, prossimamente, Sibari).

Colonna superstite del Tempio di Hera Lacinia

Con tutto ciò, non proprio dai suoi resti di arte, spesso insigni per valore estetico e quasi sempre ricchi di interesse storico, ma troppo spesso anche frammentari o confusi tra  povertà informe di costruzioni o sommersi nello splendore di tinte e nell’esuberanza della vegetazione (assai raramente in Calabria il monumento fa parte essenziale del paesaggio, come avviene, per non dire della Toscana o dell’Umbria, nella Sardegna con le sue chiesette di arte pisana e i torreggianti nuraghi o nella Sicilia con le rovine classiche di templi e di teatri) la Calabria può aspettare di vedersi fatta ampiamente nota, come terra di bellezza, agli italiani ed agli stranieri.

La Calabria attende di essere conosciuta soprattutto come terra dei due mari, come nutrice di uliveti e di aranceti, come il paese della Sila, anzi delle Sile (i Romani chiamavano Sila, cioè selva, non soltanto il massiccio cosentino, ma anche tutta la montagna che dall’istmo catanzarese si allunga sino all’Aspromonte, e l’Aspromonte stesso), come la regione che meglio custodisce in Italia il tipo del solenne, di per sé suggestivo paesaggio classico.

Per fortuna, la vera ricchezza, l’avvenire della Calabria non potranno significare che accrescimento di bellezza per quella terra. Più boschi in alto, più giardini e orti in vicinanza del mare aggiungeranno grazia ai suoi declivi, interromperanno il giallo diffuso e monotono di certi suoi paesaggi montani, ammorbidiranno certe asprezze di paesaggio rovinoso senza togliere nulla alla suprema eleganza, alla fantastica nobiltà delle sue linee.

La Calabria è, come tutta l’Italia meridionale, d’altronde, terra che aspetta dall’albero — il quale sa affondare meglio che l’erba le radici nel terreno a succhiarne la scarsa umidità, e sa più lottare col vento e col sole — la sua ricchezza; e l’albero, qualunque esso sia, è sempre, dappertutto, elemento in sommo grado creatore e conservatore di bellezza.

Da LA SCUOLA, LA CALABRIA, IL MEZZOGIORNO, di Giuseppe Isnardi – Laterza

FOTO: Rete

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