Il mito di Adone

Paolo Veronese, Venere e Adone, olio su tela, Madrid, Museo del Prado.

Adone (in greco antico: Άδωνης o Άδωνις) 

Nel mito più noto Adone è frutto dell’incesto tra Mirra e il padre di lei Cinira.

Secondo Igino (Pah. 58), la madre di Mirra provocò l’ira di Afrodite sostenendo che la figlia era più bella della dea. Apollodoro riferisce che Mirra trascurava di rendere omaggio ad Afrodite; la dea, offesa, ispirò alla giovane una violenta passione per il padre. Mirra riuscì a congiungersi con lui aiutata dalla nutrice (loc. cit.) o, secondo Ovidio, spinta da lei. Il congiungimento ebbe luogo in assenza della moglie di Cinira, Cencreide, che partecipava alle feste in onore di Cerere.

Durante queste feste, che si svolgevano una volta l’anno, le madri di famiglia offrivano primizie e serti di spighe alla dea e « per nove notti » si astenevano «dai piaceri dell’amore e dal contatto con l’uomo» (la festa cui allude Ovidio è la cerimonia del Sacrum Anniversarium Cereris, la versione romana delle Tesmoforie, introdotta a Roma nella seconda metà del III secolo a.C).

Afrodite e Adone, vaso Attico a figure rosse, ca 410 a.C., Parigi, Museo del Louvre.

Mentre la legittima sposa « diserta il letto», la nutrice trova Cinira ubriaco e, senza rivelargli il nome, gli dice che c’è una fanciulla innamorata di lui e nel buio gliela porta nel letto. Cinira «accoglie la carne della sua carne, e l’aiuta a vincere la sua timidezza di vergine, la rassicura. Forse per la sua età, la chiama ‘figlia’, e lei ‘padre’, perché all’incesto nulla mancasse, nemmeno i nomi. Mirra uscì da quella stanza gravida del proprio padre».

Continua Ovidio: « La notte seguente l’infamia si ripetè, e così andò avanti finché Cinira, desideroso di vedere, dopo tanti amplessi, l’amante, accostò la lampada e scopri la figlia e il crimine, e ammutolito dal dolore sguainò dal fodero appeso la luccicante spada». Mirra fuggì, si rifugiò nei boschi dove fu tramutata dagli dèi nella pianta di mirra. La corteccia si squarciò e nacque un bambino bellissimo: Adone (Met. x 298-518).

Afrodite raccolse il neonato e lo affidò alle cure di Persefone, ponendo così le premesse di una rivalità che si sarebbe manifestata quando il bambino divenne un bellissimo giovane. Afrodite e Persefone se lo contesero, e Zeus, per por fine a quella lite, decise che Adone sarebbe vissuto un terzo dell’anno con una, un terzo con l’altra e un terzo con chi voleva. Adone scelse di passare il suo terzo con Afrodite.

La Morte di Adone – Museo gregoriano etrusco (Vaticano).

Adone mori giovane, ucciso da un cinghiale durante una caccia (Apollodoro, toc. cit.). Euripide (Hipp. 1420-22), senza dichiararlo esplicitamente, sembra attribuire la responsabilità della morte di Adone ad Artemide, che proclama: « Io, di mia mano, con queste frecce infallibili punirò un fedele » di Afrodite: « il fedele da lei prediletto».

Afrodite, accorsa troppo tardi in aiuto di Adone, si punse un piede e col sangue tinse i petali delle rose. Il sangue di Adone, invece, fece nascere «un fiore dello stesso colore… dalla vita breve; fissato male, fragile per troppa leggerezza, che deve il suo nome al vento, e proprio il vento ne disperde i petali». Il fiore è l’anemone, da ànemòs ‘vento’. Cfr. ancora Ovidio, Met. x 705-39.

Afrodite depose il corpo su un’aiuola di lattuga; ma, secondo Callimaco (fr. 478 Pfeiffer), avrebbe nascosto Adone ancora vivo in un campo di lattuga sperando di sottrarlo alla furia del cinghiale.

In onore di Adone, Afrodite istituì le Adonie, feste che avevano luogo ad Atene a metà luglio.

Nel linguaggio amoroso greco Adone è sinonimo di amante. Nell’Antologia Palatina (v 113) una cortigiana si rivolge all’amante con queste parole: «mio profumo, mio dilettevole Adone».

Il nome Adone, accostato  talvolta alla parola greca hedone ‘piacere’ e a adoneis, un tipo di lattuga, sembra derivare dal semitico adon ‘signore’.

Socrate, nel Fedro, parla con disprezzo dei Giardini di Adone – coltivazioni effimere che le donne ateniesi piantavano durante le Adonie, e che crescevano in fretta, ma sùbito seccavano a causa della canicola — contrapponendo il comportamento frivolo del dilettante che vuole vedere un seme diventare pianta «in otto giorni», al comportamento dell’agricoltore che segue le regole della sua attività e attende « otto mesi » per vedere germogliare una pianta non effimera (Platone, Pbaedr. 276). Cfr. M. Detienne, I Giardini di Adone, Paris 1972, trad. it. Torino 1975)

FONTE: DIZIONARIO DI MITOLOGIA CLASSICA, di Luisa Biondetti – Baldini & Castoldi

FOTO: Rete

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