FAUSTO GULLO, il calabrese ministro dei contadini

Nell’autunno 1944 riprese forza un vasto e importante movimento di lotta nelle campagne. Occupazioni spontanee delle terre ed esperienze locali di autogoverno confluirono in una protesta maggiormente organizzata, che traeva la propria ispirazione dalla legislazione del ministro comunista dell’Agricoltura, Fausto Gullo. Egli cercò, con una serie di decreti che vanno dal luglio 1944 in avanti, di spezzare l’equilibrio esistente nei rapporti di classe del Meridione rurale. Da ottimo avvocato qual era, Gullo presentò le sue proposte come una serie di provvedimenti contingenti di scarsa importanza. Eppure, in un momento tanto delicato per la costruzione dell’Italia futura, fu questo in realtà il solo tentativo attuato dagli esponenti governativi della sinistra di avanzare sulla via delle riforme.

La legislazione Gullo fu molto complessa, ma i suoi aspetti principali possono essere cosi riassunti: riforma dei patti agrari, in modo da garantire ai contadini almeno il 50 per cento della produzione che andava divisa; permesso di occupazione dei terreni incolti o mal coltivati rilasciato alle cooperative agricole di produzione; indennità ai contadini per incoraggiarli a consegnare i loro prodotti ai magazzini statali, ribattezzati granai del popolo; proroga di tutti i patti agrari per impedire ai proprietari di sbarazzarsi nell’anno successivo dei loro fittavoli; proibizione per legge di ogni intermediario tra contadini e proprietari, cosi da eliminare nel Mezzogiorno agricolo figure di mediazione come i malfamati gabellotti in Sicilia o i mercanti di campagna nel Lazio.

In questa legislazione vi erano chiaramente degli aspetti utopistici, come l’abolizione dell’intermediazione che appariva piuttosto improbabile all’infuori di una rivoluzione socialista. Essa provocò comunque una intensa risposta dei contadini meridionali, per almeno due ragioni.

La prima fu l’atteggiamento profondamente legalistico dei contadini stessi, abituati a lottare per la giustizia sulla base di antichi diritti. Per una volta le loro battaglie senza fine sembravano essere state prese in considerazione da uno Stato che non era loro nemico e che aveva trasposto in legge alcune delle loro richieste.

La seconda ragione risiedeva nel fatto che le nuove leggi, imponendo ai contadini di organizzarsi in cooperative e comitati per poter usufruire dei benefici previsti, costituì il più robusto incentivo a una loro azione collettiva.

Lo scopo di Gullo non era quello di smobilitare i contadini meridionali ma di mobilitarli, di incoraggiarli a intrecciare le strategie familiari con l’azione collettiva, a superare il fatalismo e l’isolamento. Fu questo che dette alla sua legislazione un tocco di genialità. Mentre Gullo agiva attraverso decreti governativi, Giuseppe Di Vittorio, il dirigente comunista del ricostituito sindacato nazionale, la Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro), promuoveva una solerte e lungimirante strategia sindacale. La Cgil era rinata nel giugno 1944 con il Patto di Roma, firmato da Di Vittorio per il Pci, Achille Grandi per la De ed Emilio Canevari per i socialisti. Il patto dava rilievo all’unità di tutti i lavoratori italiani « senza riguardo alle opinioni politiche e alle credenze religiose», e costituì una significativa vittoria per la politica di cooperazione tra i partiti antifascisti.

La Cgil concentrò la sua attenzione, per quanto riguardava le campagne meridionali, sulla condizione dei braccianti, cercando di imporre due politiche tra loro strettamente legate: l’imponibile di manodapera e il sistema di collocamento. L’imponibile era un contratto che obbligava il proprietario terriero ad assumere un certo numero di braccianti in modo rigidamente proporzionale alla estensione della sua proprietà. Il sistema del collocamento cercava invece di regolare il modo in cui venivano reclutati i braccianti. Il venerando rituale con cui i caporali dei proprietari sceglievano ogni mattina sulla piazza i lavoratori da assumere veniva cosi proibito. Al suo posto il sindacato voleva che venissero compilate delle liste ufficiali di disoccupati, e che le assegnazioni venissero decise secondo un sistema di priorità basato sul bisogno e sull’anzianità di lavoro che doveva essere elaborato e controllato dal sindacato stesso. Cosi, mentre l’imponibile aveva lo scopo di controllare il numero dei braccianti che potevano ottenere lavoro, il collocamento cercava di stabilire quali dovessero essere e con che criterio dovesse essere distribuito loro il lavoro.

La mobilitazione che ebbe luogo sull’ondata dei decreti Gullo e del programma della Cgil fu la più estesa e straordinaria che si fosse mai vista nelle zone meridionali del latifondo, di gran lunga maggiore di quella che aveva avuto luogo dopo la prima guerra mondiale. Era una protesta destinata a durare per oltre tre anni, un periodo in cui il movimento operaio e i partiti di sinistra riuscirono a stabilire con i contadini del Mezzogiorno un legame più profondo di quanto avessero mai avuto. La protesta contadina meridionale aveva troppo spesso assunto, in passato, la forma disperata della jacquerie locale o di un diffuso banditismo, e il movimento operaio del Nord e del Centro era rimasto cieco e sordo di fronte alla lotta di classe nel Sud. L’attivismo degli anni 1944-47 ruppe questa tradizione e inserì per la prima volta nella politica regionale e nazionale i contadini meridionali, specialmente delle zone del latifondo.

Nell’estate del 1945 cosi si poteva leggere in una relazione della federazione del Pci di Cosenza:

Appena un anno fa i contadini ci erano completamente estranei e largamente ostili. Essi oggi vengono a noi numerosi e fiduciosi… Ciò si deve innanzitutto alla vasta azione svolta dal nostro partito in provincia per l’assegnazione delle terre incolte e l’assistenza continua da noi prestata ai coloni nella vertenza per la divisione dei prodotti… Molte sono le leghe che si sono costituite, e gli aderenti che nel luglio ’44 erano 12 ooo sono saliti a circa 40 000.

Nella zona orientale della Calabria, come ricorda Cinanni, ci fu un calendario stagionale di lotta: in marzo e aprile occupazioni di terre per il tempo della semina; in giugno battaglia fra contadini e proprietari per una giusta divisione dei prodotti; in settembre e ottobre nuove occupazioni di terre per la semina autunnale; in novembre e dicembre mobilitazione delle raccoglitrici di olive e castagne che erano pagate in modo spaventosamente basso.

Le forze tradizionali del Sud combatterono questa rinascita dell’azione collettiva con tutti i mezzia loro disposizione. Niente illustra la situazione meglio dell’incidente che ebbe luogo a Villalba, nella Sicilia centrale, il 20 settembre 1944. Il paese di Villalba era dominato dal vecchio boss mafioso Calogero Vizzini, detto Don Calò, tornato con gli Alleati nel 1943. Suo nipote era il sindaco del paese, nonché il segretario della locale sezione De, di recente costituzione. Nel settembre 1944 il dirigente comunista Girolamo Li Causi e un socialista del luogo, Michele Pantaleone, chiesero il permesso di tenere un comizio nella piazza Madrice.

Don Calò diede il permesso per il comizio purché non si parlasse di terra e di mafia, e soprattutto a patto che non vi fossero contadini ad ascoltarlo. Li Causi giunse insieme a un piccolo gruppo di minatori di Caltanissetta e mise un tavolo in mezzo alla piazza. Per primo parlò un professore di nome Cardamone, poi Pantaleone che attaccò i separatisti, infine venne il turno di Li Causi. Carlo Levi ha descritto cosi quello che accadde dopo:

Li Causi è l’uomo più popolare di Sicilia. Il suo coraggio, la sua figura, hanno un richiamo leggendario, la sua parola tocca i cuori, poiché egli parla con la lingua del popolo, con conoscenza ed amore. Cosi, alla sua voce, i contadini nascosti e atterriti sentirono come un impulso che li spinse ad entrare nella piazza proibita, e Li Causi cominciò a parlare, a quella piccola folla imprevedibile, del feudo Micciché, della terra, della mafia. Dalla chiesa madre lo scampanio del prete, fratello di don Calò, cercava di coprire quella voce. Ma i contadini lo ascoltavano e lo capivano. «Giusto è, – dicevano, – binidittu lu latti chi ci detti sa matri. Lu vangelu dici». Cosi essi rompevano il senso di una servitù antica, disubbidivano, più che a un ordine, all’ordine, alla legge del potere, distruggevano l’autorità, disprezzavano e offendevano il prestigio. Fu allora che don Calò, in mezzo alla piazza, gridò: «Non è vero! » Al suo grido, come a un segnale, i mafiosi cominciarono a sparare.

I feriti furono quattordici, compreso Li Causi che fu portato via dalla piazzasulle spalle di Pantaleone.

I proprietari terrieri mostrarono cosi di essere pronti a combattere con ogni mezzo. La loro opposizione non fu tuttavia l’unica difficoltà che la riforma di Gullo doveva incontrare. Tutto il coraggio dei comunisti locali non poteva mascherare la fondamentale subordinazione delle lotte meridionali alla complessiva strategia di Togliatti. Come ha palesemente ammesso lo storico ufficiale del partito, Paolo Spriano, i dirigenti comunisti «incoraggiano il movimento ma, al tempo stesso, vorrebbero scongiurare una radicalizzazione che possa diventare elemento di turbamento al difficile equilibrio governativo».

Un simile atteggiamento rivelò ancora una volta che il compromesso a livello nazionale era l’obiettivo a cui si potevano sacrificare, in ultima analisi, tutti gli altri. Se era possibile raggiungere un accordo a Roma, non era però possibile rinviare o appianare il conflitto nel Meridione. Se l’occupazione delle terre si doveva scontrare con le pallottole della mafia e se l’applicazione dei decreti Gullo doveva essere ostacolata ad ogni passo dai prefetti e dai proprietari terrieri, la scelta diventava allora terribilmente chiara. O il movimento si «radicalizzava », per usare il termine di Spriano, oppure veniva sconfitto. Il compromesso politico del Pci a Roma, la sua riluttanza a mettere a repentaglio l’alleanza con la De, implicò, come si vedrà, la sconfitta nel Meridione.

Da STORIA DELL’ITALIA DAL DOPOGUERRA A OGGI, di Paul Ginsborg – Einaudi

FOTO: Rete

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