LA VITE, la pianta che colora settembre

Nel calendario arboreo dei Celti il mese compreso tra il 2 e il 29 settembre era dedicato alla vite che nella religione greca era sacra a Dioniso. Secondo un mito, un giorno il dio apparve sulla riva del mare mentre stava passando una nave di pirati etruschi; i quali, vedendolo splendente nella sua veste purpurea, pensarono che fosse il figlio di un re. In un battibaleno balzarono sulla spiaggia e lo trascinarono sulla nave. Ma i lacci con cui avevano tentato di legarlo si sciolsero misteriosamente. Il timoniere, più accorto dei compagni, intuì che quel prigioniero non era di stirpe umana sicché pregò i compagni di liberarlo. Malauguratamente il capo dei pirati non gli diede retta. A un tratto sul ponte gorgogliò un vino dall’aroma divino e sull’alto bordo della vela s’inghirlandarono tralci di vite mentre intorno all’albero e agli scalmi si avviluppò una nera edera fiorita.

I marinai, spaventati, decisero di puntare verso terra per liberare il misterioso dio. Ma il fanciullo fu più rapido di loro: si trasformò in un leone dall’aspetto terrificante. I marinai cercarono invano di fuggire a poppa attorno al saggio timoniere: la belva con un balzo ghermì il capo e lo sbranò, mentre il resto della ciurma terrorizzato si tuffava in mare. Sulla tolda era rimasto impavido il timoniere; e Dioniso lo risparmiò rivelandogli la sua divinità.

Un altro mito narra che Dioniso tornò sulla terra dove venne ospitato da Icaro al quale insegnò l’arte del vino. Il suo ospite aveva una figlia di cui il dio si era innamorato senza però essere corrisposto. Un giorno, però, Dioniso si tramutò in un grappolo d’uva così turgido che appena lei lo vide non potè fare a meno di coglierlo. Ma, quando la giovane se lo portò alla bocca, un acino si trasformò magicamente nelle labbra di Dioniso, il secondo nella fronte e altri negli occhi, nelle braccia, nelle gambe finché egli riapparve in sembianze umane conquistando finalmente la riluttante fanciulla.

Anche nell’ebraismo e nel cristianesimo la vite è una pianta simbolica. Nell’Antico Testamento si racconta che, durante la marcia nel deserto verso la Terra Promessa, il paese di Canaan, Mosè inviò degli esploratori. Questi vi tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva che portarono legato a una stanga. Se quel grappolo era per gli Ebrei prova e simbolo dell’esistenza della Terra Promessa, per i cristiani divenne la profezia del Cristo. «Il grappolo sospeso al legno » scrisse Gregorio di Nissa, uno dei Padri della Chiesa «chi altri non è se non il grappolo che è stato sospeso negli ultimi tempi al legno della Croce, il cui sangue diventa bevanda di salvezza per quanti credono?»

D’altronde nel Vangelo è lo stesso Cristo a definirsi vite quando nell’Ultima Cena, parlando agli apostoli, dice: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, egli lo toglie; e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto … Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non restate in me. Io sono la vite, voi i tralci. Se restate in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato». Il Cristo si era detto «vite» anche perché in quel giorno stava per istituire il sacramento dell’Eucarestia dove il pane e il vino diventano la sua carne e il suo sangue.

Da LUNARIO, di Alfredo Cattabiani – Mondadori

FOTO – Rete

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