Cultura arbëreshë: il matrimonio

Il rito religioso e il matrimonio

Due sono gli aspetti del matrimonio albanese che rivestono un particolare significato etnografico: la sua coralità, dal momento che si svolge nell’arco di più giorni in casa dello sposo e in casa della sposa con la partecipazione di amici e parenti, e il suo carattere simbolico, in quanto raffigura un rapimento secondo le consuetudini proprie del mondo antico. È significativa anche la presenza del simbolismo orientale sia nel ricorrere del numero tre che regola le funzioni del rito religioso, sia nella menzione che è fatta dei guerrieri, ricordati nei canti di nozze e raffigurati sulla focaccia nunziale, sia infine nella comparazione del matrimonio e degli stessi sposi alle vicende della caccia ed agli elementi della natura.

La cerimonia nunziale è tra le più avvincenti per la magnificenza della coreografia cui conferisce azione drammatica la disputa che, con canto alterno, si svolge tra il seguito dello sposo e quello della sposa. Questo finto contrasto è un altro rituale che ha avuto in passato larghissima diffusione nel mondo indoeuropeo e che, con poche varianti, si ritrova ancor oggi in regioni mediterranee come la Sardegna o in paesi baltici come la Lettonia.

Rito nuziale in S. Costantino Albanese

“La vigilia delle nozze, verso sera, le donne danzano cantando la currigina, che è la tradizionale canzone di nozze, e altre canzoni amorose, davanti alla casa della sposa: la quale, tra il giubilo dei parenti, sta impastando con le sue proprie mani una focaccia da inviare allo sposo, con sopra guerrieri e uccelli fatti di pasta stessa. Il giorno delle nozze, all’alba, le pettinatrici intrecciano le chiome della sposa, mentre un coro alto e solenne di giovinette intona una canzone albanese dal ritmo appassionato e melanconico come una nenia orientale:

Intrecciate bene le chiome della sposa.

Se voi non me le intrecciate bene,

A pezzi tutte sarete fatte.

Ricchissimo di merletti e ornamenti vari è l’abito che indossa la sposa. E le giovinette estasiate le chiedono:

Chi te l’ha donato codesto abbigliamento?

Te l’ha donato tuo padre che tieni in casa.

Le stesse giovinette, interpretando i sentimenti della sposa e per eccitarne il pianto, cantano l’addio alla madre, al padre, ai parenti e alle amiche:

Oh madre, madre mia,

Di che ti sono stata colpevole,

Che mi dividi dal tuo seno

E mi allontani dal tuo focolare?

La sposa, piangendo, s’inginocchia dinanzi alla madre e al padre, mentre il coro continua a ritmo nostalgico e cadenzato:

Bacia la mano a tua madre

Bacia il piede al padre tuo,

Prendi commiato dalle compagne.

Intanto lo sposo, ricevuta la benedizione dei genitori, esce di casa in mezzo ai parenti e agli amici. Lo precedono i paraninfi, che recano fiori e sventolano fazzoletti multicolori, e il porta-bandiera. Segue ai lati e in coda al corteo un gruppo di giovinette che cantano:

Apriti bosco e fatti strada,

Perché passasse questo gran signore.

Qui l’arriva, qui non l’arriva,

Nel terzo bosco la raggiunge.

Appena lo sposo

Stava per colpire

Col fucile approntato,

Si nascose la pernice.

La sposa, tra i suoi parenti, attende lo sposo nella casa paterna. La porta della casa è chiusa. Un colpo di fucile annunzia l’arrivo dello sposo. Va incontro allo sposo un parente della sposa, con un caratteristico berretto rosso sul capo, e offre da bere del

vino a lui e ai suoi parenti. S’inizia quindi il canto a disputa. Il seguito dello sposo così canta:

Alzati, o laccio d’argento.

E dal seguito della sposa si risponde:

Tu qua che sei venuto a fare ?

E così via a vicenda:

“Son venuto perché ci ho diritto.

– Forse pretendi qualche giovinetta

di noi?

“Presto che il Parroco in chiesa ci aspetta.

– Ancora la sposa non ha messo le calze.

“Prendi commiato dalle compagne.

– Essa ancora non ha fatto la treccia.

“Prendi la benedizione da tua

madre e da tuo padre.

– Pigliatela, pigliatela che vi spetta.

“Apri la porta che sono signore.

– Torna indietro tu calderaio,

Va nel bosco a pigliar la neve.

“Non ti do tempo neanche un ‘ora,

Andiamo in chiesa a metter la corona.

Aprì la porta che sono inzuppato di sudore.

– Ci siam pentiti, non te la diamo più.

Segue un fragoroso sparo. La porta finalmente si apre. E la sposa, tutta splendida di riflessi d’oro nella veste ricchissima, esce dalla casa paterna, seguita da giovinette che le sostengono il candido peplo. Si leva solenne il coro da una parte e dall’altra:

“Esci bellezza di Catanzaro

Da quale bottega sei uscita?

– Sei uscita da quella bottega

Donde escono i coralli

E li comprano quelle belle giovinette

Che accompagnano la sposa.

Ancora un altro fragoroso sparo, mentre il coro continua:

Sposa, sposa, beata sposa,

È giunto il giorno che passi a marito.

Possa andare con onore là dove andrai

Siccome la petta nel messale,

Come il tarì nel fazzoletto.

Il letto dello sposo

È di rose e di fiorì.

Il corteo si avvia verso la chiesa. Le vie risuonano di colpi di fucile e di canti; dai balconi e dalle finestre si gettano al passaggio degli sposi, fiori, grano e legumi, in segno di abbondanza e prosperità. Segue il rito religioso. L’altare è in quella circostanza innalzato sopra una tomba. Al centro del tempio vi è un tavolo riccamente ornato, con sopra una bottiglia di vino, due tortane di pane e un bicchiere vuoto. Gli sposi e i parenti si dispongono intorno al tavolo. Quindi il Parroco, recitando la formula rituale, invita il compare a infilare l’anello al dito mignolo della sposa; il compare lo mette e rimette per tre volte, pronunziando queste parole augurali:

Vivete, esistete,

Più non vi possiate maritare;

Figli maschi procurate.

Lo stesso si fa con la corona di fiori sul capo della sposa: la corona ha, qui come altrove, il significato di una regalità temporanea. Dopo di ciò il sacerdote taglia tre fette di pane e le mette nel bicchiere pieno di vino, e così inzuppate le offre, l’una dopo l’altra, allo sposo e alla sposa. Lo sposo ne saggia un pochino, mentre la sposa rifiuta. Lo stesso si fa col vino. Quindi il sacerdote, pronunziando altre formule di rito, gira per tre volte intorno al tavolo, seguito dagli sposi, parenti e compari.

Ricevuta la benedizione, si esce. Fuori dalla chiesa ancora altro sparo. Il corteo si dirige verso la casa dello sposo. Il portabandiera col berretto rosso e saltellando fa sventolare la bandiera sul capo degli sposi, mentre il seguito canta in coro:

Apriti bosco e fatti strada,

Perché passasse questo gran signore.

Passò lo sparviero sui boschetti

E si rapi quella pernice.

Giunta a una cinquantina di metri dalla casa dello sposo, si canta:

Esci, o madre dello sposo.

Ricevi il figlio tuo,

Che ti ha portato una pernice.

La madre sta sulla soglia ad attendere i suoi figlioli: li unisce con una ricca trina d’oro e li stringe al petto. Alza quindi il velo alla sposa e le mette in bocca un confetto, simbolo di dolcezza. Così tra canti e spari la sposa fa ingresso nella casa dello sposo. I parenti e il seguito della sposa, coi fucili voltati in giù, da vinti, ritornano mesti alla vecchia casa della sposa, così cantando:

Da mano in mano

La sposa ci è stata rubata.

Visto non abbiam che via ha battuto.

A chi l’ha presa sia duratura.

Non temere che sia povera,

Perché ha trovato pecore e ha trovato capre.

La sposa sta in allegria,

Perché ha trovato vacche e ha trovato bovi.

La sposa, entrata in casa, rimane velata, finché lo sposo non le toglie il velo, mentre gli altri intonano questo canto:

Ragazza, tu adesso sappi aprire gli occhi,

Che quando ti porterò la lana e il lino,

Sappila mettere nel telaio.

Diversamente faranno il nido i topi,

Ed io allora ti farò scintillare gli occhi.

Altri canti allietano il pranzo nuziale. Uno dei più comuni è quello riportato su che ricorda i pranzi di Scanderbeg (“Mangia adesso Scanderbeg”).

Nel frattempo le ragazze del vicinato, con gonne e corpetti d’un rosso vivissimo, attraversano le vie del paese: tenendosi per mano e disponendosi in fila o in cerchio, saltellano allegramente (è la cosiddetta danza degli Epiroti), mentre cantano in coro:

Quando nascesti tu, o giovinetta,

io innanzi la tua porta mi trovava seduto in ginocchio,

Col berretto levato

E pregavo il Signore,

Cristo la grazia me la farà,

E come pregai è nata,

Ed è nata con gli occhi neri,

Occhi neri e labbra di cornioli.

Sono uscito sopra la fiera,

Ho pronunziato tre volte il nome.

e chi la vuole comprare la bella?

E la bella quanto costa?

Figlio, costa un gran prezzo!

Comprala, figlio, e chi te la nega?

No, no, tu mia già sei,

Perché un bacio ti ho dato.

Infine le leggiadre rapsodie di Costantino, il giovanetto sposo di tre giorni e di Virginia Rosa nell’april degli anni, la tradizionale valli”

G.B. Bronzini “Tradizioni popolari in Lucania. Ciclo della vita umana” 1953

In “Paesaggi, storie e culture del Pollino lucano”, di Giuliana Campioni – Franco Angeli

FOTO: Rete

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