IL GATTO NELLA RELIGIONE EGIZIANA

Il gatto domestico dell’antico Egitto discendeva da esemplari selvatici africani. Addomesticato intorno al 2000 a.C., divenne a partire dalla metà del XVI secolo a.C. animale sacro, in quanto manifestazione della dea Bastet (o Bast), divinità protettrice della vita, della fertilità e della maturità, per venerare la quale ogni anno milioni di persone si riversavano nella città di Bubasti, nella regione del Delta. In tale località aveva sede il santuario della dea, esistente già durante l’Antico Regno ai tempi di Cheope e Chefren e arricchito successivamente di nuovi elementi: Ramesse II per esempio fece collocare nel cortile quattro statue che lo raffiguravano.

La dea di Bubasti, oggetto di culto soprattutto da parte dei sovrani libici della XXII dinastia (inaugurata da Sheshonq I e appunto definita «bubastina» dal luogo scelto come residenza), rappresentava in realtà l’ultimo stadio di un ciclo di metamorfosi: «l’occhio del sole» infuriato si era trasformato dapprima in leonessa (Sekhmet, «la più potente»), ed era fuggito in Nubia; in seguito Thot (dio della luna, messaggero divino e signore dell’arte della scrittura) ne placò l’ira, rendendo benevola la leonessa nelle sembianze di donna con testa di gatto.

Bastet potrebbe dunque interpretarsi come forma poco caratterizzata di Hathor (dea ritenuta «occhio del sole», implacabile e funesta per i nemici) o di Sekhmet, assimilata nell’epoca del sincretismo religioso, segnato dalla centralità del culto solare, anche alla «dea  lontana».

Tra i moltissimi animali considerati sacri dagli Egizi, il gatto godeva certo di una posizione privilegiata, tanto che i responsabili di violenze nei suoi confronti erano puniti al pari dei criminali. Il gatto svolgeva anche un ruolo determinante nella caccia di piccole prede: catturava topi e serpenti e recuperava uccelli precedentemente colpiti con un boomerang dal cacciatore.

Raggomitolato su se stesso rappresentava la luna, e i suoi occhi penetranti, in grado  di vedere anche in assenza di luce, erano associati al sole. Presente nelle dimore private e nei templi, era inoltre trattato con particolare cura, ricevendo in pasto pesci prelibati affinché la dea di cui era espressione concedesse i suoi favori. Alla morte, che comportava per i padroni un vero e proprio lutto, veniva mummificato mediante disidratazione con il natron (procedimento analogo a quello utilizzato per gli esseri umani) e avvolgimento in bende con le zampe parallele al corpo; la sepoltura avveniva poi in necropoli riservate, e scavi archeologici hanno riportato alla luce migliaia di gatti mummificati, testimonianza di una pratica diffusa.

Nell’ultima fase dell’impero egiziano, per ottenere benefici dalla dea Bastet, i gatti venivano offerti in sacrificio, mummificati e accatastati nei depositi dei templi; radiografie eseguite su di essi hanno svelato l’esistenza di una usanza crudele perpetrata, dietro lauto compenso, dai sacerdoti ai danni dei poveri mici, i quali pare venissero prima storditi e poi uccisi spezzando loro il collo (sono state persino rinvenute false mummie, realizzate con ossa di incerta provenienza o stracci avvolti in fasciature).

Da STORIA DELLE RELIGIONI,  La Biblioteca di Repubblica

FOTO: Rete

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