L’Italia è ancora un paese dove è piacevole vivere.

SCILLA

L’Italia è ancora un paese dove è piacevole vivere. Dove certamente andrebbero fatte delle riforme (la rivoluzione non è nel nostro DNA e comunque oggi è politicamenmte scorretto persino parlarne, che roba contessa), a rimediare ai danni provocati da venticinque anni di governi esplicitamente liberisti, da Berlusconi a Prodi, da Monti a Renzi/Gentiloni, con il culmine nell’uomo della finanza, Draghi: ma che ancora resiste meglio della maggior parte del mondo all’appiattimento sul presente e alla deriva nell’individualismo voluti dal neocapitalismo.

C’è qualche paese più virtuoso, per esempio la Germania, ma sono pochi, irraggiungibili (servirebbero secoli) e anche loro non privi di problemi, anche se diversi dai nostri. In sostanza, dovremmo rimboccarci le maniche e imparare di nuovo a lottare per i diritti collettivi, i nostri però, e non quelli scimmiottati dai woke e altri liberal californiani; dunque senza perdere il senso della nostra identità e la consapevolezza delle nostre peculiari qualità.Invece sempre più frequentemente emerge lo sconforto, preludio alla rassegnazione o a velleitarie vampate di rabbia, che da sempre e immancabilmente fanno gli interessi di chi sta americanizzandoci, distruggendo le nostre tradizioni, inducendo sfiducia nello Stato e nelle istituzioni — tanto ci sono pronti Amazon, Apple e Fininvest a prenderne il posto.

Leggo: serve un prefetto di ferro per fare pulizia dei politici. Agghiacciante qualunquismo, nel migliore dei casi; nel peggiore, astuto fiancheggiamento delle lobby e delle logge che lavorano a tempo pieno per papparsi il sistema pubblico. Prefetto di ferro? I multimiliardari se lo comprerebbero in una settimana e se non ci riuscissero, lo farebbero cadere nella settimana seguente dopo una campagna mediatica di calunnie, con il consenso entusiasta di orde di cittadini onesti e indignati e facilmente manipolabili. Finiamola con queste mitologie del salvatore della patria, dell’uomo forte, versioni fascistoidi (e in quanto tali ridicolmente datate) della provvidenza divina e altrettanto inefficaci.

La crisi dello Stato e della politica è intenzionalmente alimentata da chi vuole eliminare gli ultimi ostacoli al controllo totale dell’economia e delle menti da parte delle multinazionali e dei loro media. Per uscire dalla crisi (che è culturale e morale ancor prima e ancor più che economica) serve uno sforzo collettivo, un risorgimento delle coscienze, un recupero dei nostri valori nazionali e storici: ma siccome siamo tanti e diversi, il collante non può che essere politico. La politica è uno strumento e rinunciarci non porta alla giustizia e tanto meno all’eguaglianza e all’emancipazione: porta alla legge del più forte, cioè dei ricchi, porta ai soprusi legalizzati, porta alla politica degli stronzi e al loro dominio incontrastato.

Di FRANCESCO ERSPAMER

Dalla pagina Fb dell’autore

FOTO: Rete

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