CALABRIA AMARA: la rivolta di Firmo del 1907

Firmo

Cosa strana la Calabria.

Quasi sempre raccontata per eventi, mai per personaggi. Il sottosviluppo, l’emigrazione, la ‘ndrangheta, la malapolitica. Come se dietro questi fenomeni non ci fossero volti, storie individuali e collettive che hanno cercato di dare una direzione diversa a una storia che invece appare quasi obbligata, in cui tutti partecipano da spettatori e dove dissenso, conflitto, resistenza evaporano.

In fondo è un giochino semplice, da illusionisti sociali. Basta presentare i fatti come una somma di singoli episodi, di casi imprevedibili, di avvenimenti fortuiti, di accidenti della storia, di cui non è possibile azzardare una spiegazione coerente, una linea narrativa unitaria e comprensibile.

Così tutto diventa frammento ed è difficile sottrarre le biografie alla casualità insignificante del reperto, alla perdita del connettivo esistenziale a cui devono pur appartenere.

Solo l’ermeneutica di questi pezzi ci può condurre fuori da questo labirinto apparentemente insignificante anche se poi il labirinto, anziché condurre a un altrove, porta dritto dritto al centro della tragedia.

Il secondo atto del dramma è già un grande abbraccio. Dall’estremo sud aspromontano di Benestare, al grande nord ai piedi del Pollino di Firmo, duemila anime, una delle tante enclave albanesi della Calabria con l’aquila bicipite di Scanderbeg a far bella mostra di sé.

L’anima travagliata del calabrese, splendida e terribile, ignota e nascosta, trova in questi luoghi segni e suoni che ne svelano la solida impronta orientale.

Gente tosta gli arbèreshè di Calabria. I Borboni appellarono questa enclave come la «fucina del diavolo» perché nelle lotte preunitarie furono una spina nel fianco per il Regno delle due Sicilie, anche se poi la delusione per il mancato rispetto della promessa della terra fu comune dopo l’epopea garibaldina.

Ci vuole un taccuino per annotare le decine di personaggi nati in queste comunità che hanno fatto la storia del Paese, anche se pochi lo sanno.

Già nel 1902 esplodono forti agitazioni nella zona legate alla costruzione della ferrovia Castrovillari-Lagonegro, culminati con l’incendio del Comune di Cassano Jonico. Giolitti, furibondo, invia un telegramma al prefetto di Cosenza intimandogli «di occupare la città militarmente e dirigere l’arresto di tutti gli autori […]».

L’anno successivo i salinari di Lungro, anche loro arbèreshè, scendono in lotta dopo il licenziamento di un loro compagno e per modificare le terribili condizioni di lavoro. Se duemila gradini, quelli che bisognava percorrere per scendere in miniera e poi risalire, vi sembrano pochi, cominciate a non usare l’ascensore anche per fare due piani. A occhio e croce era come scendere e salire due volte un palazzo di ottanta piani.

Il 1906 poi è un anno di intense proteste contro le imposte comunali e per le condizioni di vita nella zona che il terremoto ha ulteriormente compromesso.

Sommosse si verificano a San Sosti, Sant’Agata d’Esaro, Mottafollone, San Donato di Ninea, Saracena, Lungro, Acquaformosa, Altomonte, Spezzano Albanese, Cassano, Reggiano.

Qui, come altrove nella regione, il miraggio è il pane. Giorno e notte passati a inseguire il fantasma del pane. A chiedersi se domani si riuscirà a mangiare!

Il 3 ottobre 1908 il Comando del Distretto militare di Reggio Calabria scrive che, «in quanto al fisico le reclute di questo distretto militare sono piuttosto di bassa statura, con organismo poco sviluppato, conseguenza della insufficiente nutrizione, e della malaria che regna sovrana».

Che la fame popoli i sogni degli indigenti non è una storiella. Lo raccontano bene gli scampati ai lager nazisti. È un chiodo fisso. Alcuni scrivono che il suono della masticazione onirica era la colonna sonora delle notti nelle camerate. Doveva essere così anche dentro ai tuguri dove vivevano i nostri conterranei. Ma non lo troverete scritto in nessun diario, in nessun racconto. L’80 per cento della popolazione era analfabeta.

Quando va bene, per i meno poveri, il pane è quello ricavato col miscitato, un miscuglio di segale, orzo e grano. Gli altri devono accontentarsi del miscuglio di lenticchie selvatiche o di castagne. Oggi questo è pane di lusso, di tendenza, alternativo, gourmet. Cinque euro al chilo, se va bene!

Anche il 1907 si apre con intense agitazioni contro il pagamento delle imposte. A gennaio una manifestazione a Cosenza contro la fondiaria promosso dalla Lega dei lavoratori ha .una discreta partecipazione.

Gli effetti del terremoto del 1905, delle alluvioni sono ancora lì. La legge sulla Calabria, che opera lo sgravio della fondiaria per i danni del terremoto o delle alluvioni, prevede che un ingegnere si rechi sul posto per constatarne i danni e che le spese per la verifica siano anticipate dai richiedenti. Il bullismo amministrativo non è una invenzione recente! Il risultato è che la legge non si applica. Fatta la legge gabbato lo Santo non è un modo di dire. Le stamberghe dei contadini poi non sono considerate case rurali perché site nel paese. Per essi non c’è alcuno sgravio e molti paesi del comprensorio non sono inseriti nell’elenco di quelli danneggiati dal terremoto.

Così scivola Firmo verso il febbraio della sua storia, in una cornice degna di un film capolavoro che strapperebbe applausi se non fosse una cosa dannatamente vera.

Iniziano gli abitanti di Lungro l’11 febbraio a manifestare contro la fondiaria. Un comizio davanti a migliaia di persone contro la legge Sonnino per poco non sfocia in tragedia. I carabinieri sparano per contenere la folla, che al termine si dirige verso il Municipio. Quindi tocca a San Sosti, San Donato, Sant’Agata, Acquaformosa.

A Firmo, il 12 febbraio, ci sono due manifestazioni nel paese, tranquille, una la mattina l’altra la sera. Per la mattina seguente, la terza dimostrazione è bandita a voce per le vie del paese dallo spazzino comunale e il bando fatto affiggere davanti il Comune la sera del 12.

Mercoledì 13 febbraio sono le Ceneri, festeggiate con la tradizione arbèreshè della Kreshmesha un vero e proprio calendario quaresimale simboleggiato da una bambola di pezza, una personificazione della Quaresima.

È quasi un giorno di festa. C’è anche la fanfara. Sono le otto di mattina. La gente si riunisce, la musica chiama a raccolta, diffonde allegria. Chi è in casa si affretta a uscire, non poche le donne che portano in grembo i loro bambini e i padri che tengono per mano i figli. C’è la musica.

Circa trecento persone diranno le cronache. Ogni tanto la fanfara cessa di suonare e solo allora si sente gridare: «Abbasso la fondiaria, Viva il Re, Viva la Regina». […]

Dalla cima del paese il corteo scende in basso, arriva sul corso. La fanfara adesso suona la Marsigliese. Non so se lo avete mai letto, ma il testo è terrificante: «[…] sentite nelle campagne/ muggire questi feroci soldati?/vengono fin nelle nostre braccia/a sgozzare i nostri figli […]».

Sarà questa musicale insolenza rivoluzionaria a far saltare i nervi al sottotenente Cozza che con nove carabinieri sbarra il passo al corteo sul corso largo sì e no cinque passi? Oppure è stanco per aver già dovuto arginare le manifestazioni dei giorni prima a Lungro e San Sosti?

Il tenentino estrae la pistola e si avventa sui musicanti. Distribuisce qualche ceffone, ordina a un carabiniere di sequestrare la cornetta a un musicante. Ne nasce una naturale agitazione. Niente di più.

Poi, ma non è certo, tre squilli con la stessa cornetta sequestrata che dovrebbero segnalare l’ordine di scioglimento del corteo che nessuno sente o capisce.

Il primo a far fuoco è proprio il sottotenente che, mentre la gente fugge, ordina il fuoco ai militari. Nessuna violenza, nessuna resistenza da parte dei dimostranti. Solo qualche donna che implora: «Pace, pace, fratelli!».

Adesso le persone fanno come le allodole spaventate dal rumore delle fucilate che volano in tutte le direzioni. La folla fa dietro front e inizia a disperdersi. Il coro greco della tragedia sono le donne, urlano il nome dei figli e dei mariti. La fucileria non si arresta. Almeno tre scariche dirà il sindaco.

Dalla finestra di casa l’avvocato Gramazio si affaccia e grida forte ai carabinieri: «Per carità, che state facendo? Finitela, sono gente inerme. Non vedete che scappano?» Anche il farmacista del paese si affaccia alla bottega e chiede ai carabinieri di cessare il fuoco.

A terra rimane ucciso il quindicenne Michele De Marco. «Sono venuti fin nelle nostre braccia/a sgozzare i nostri figli» Tre colpi, tutti penetrati dalla parte posteriore del corpo, così come nei tredici feriti, quattro donne, un fanciullo e otto uomini. Tra essi la madre di Michele, due palle nella schiena mentre fa scudo al figlio ucciso. Guarirà dalle ferite del corpo ma non di quelle della mente.

Tanti i testimoni. Eppure in Parlamento, già il giorno dopo, per bocca del sottosegretario Facta va in scena l’esemplare schema che vuole «due colpi di rivoltella contro i militari, circondati e fatti segno a violenze, a colpi di pietra, investiti violentemente e alcuni disarmati del proprio moschetto, incalzati a colpi di sassi e altri due colpi di rivoltella […]» mentre l’agenzia Stefani, la madre dell’Ansa, dirama il classico comunicato stilato nei palazzi prefettizi locali che imputa alla popolazione la violenza.

Già il pomeriggio il paese di Firmo si trova sotto assedio. Vengono messi in stato di fermo numerosi cittadini tra cui l’avvocato Gramazio, lo spazzino che aveva bandito la dimostrazione e tutti quei cittadini che avevano aperto le loro case offrendo rifugio alle persone in fuga tra cui un ragazzo di tredici anni. Anche il farmacista, l’unico del paese, viene arrestato col risultato che i feriti rimangono senza cure e senza medicine per tutto il giorno.

L’intera popolazione accompagna la bara di Michele al cimitero salmodiando nel rito greco bizantino della chiesa ortodossa. Alla notizia dei fatti manifestazioni di protesta si diffondono in tutta la regione provocando disordini e feriti. Anche a Milano la Camera del lavoro organizza una manifestazione di protesta e a parlare è il deputato socialista Claudio Treves.

La strage ha grande eco anche sui quotidiani nazionali. Il «Corriere della Sera» vi dedica undici articoli tra cui quello del 20 in prima pagina nell’edizione pomeridiana. «La Stampa» di Torino altri undici articoli. Tutti sono indirizzati ad accreditare la versione ufficiale della legittima difesa dei militi di fronte alla folla minacciosa. Sangue e miseria pel Mezzogiorno! Titola l’«Avanti!» il 15 e in prima pagina il 16 febbraio. Sul «Corriere della Sera», Antonio Salandra, futuro Presidente del consiglio, il 16 febbraio pubblica un articolo dal titolo I conflitti sanguinosi e le leggi tributarie nei Comuni del Mezzogiorno. Salandra mette in relazione i fatti di Firmo con l’inefficienza legislativa verso il Mezzogiorno e invita il governo a non considerare il problema meridionale «come un semplice fastidio parlamentare da eliminare».

Il tentativo di mettere a tacere la strage o di dare una versione di comodo viene sventata da numerosi giornalisti che usano gli strumenti più efficaci e antichi del mestiere: le scarpe, gli occhi e le orecchie.

Nonostante le veline dell’Agenzia Stefani che scrive «I fogli sovversivi affermano che gravi responsabilità pesano sul tenente Cozza […] e sfoggiando grandi titoli […] invocano già l’arresto del tenente», i corrispondenti dei giornali «La Vita», «II Mattino», «Giorno», «Tribuna», il direttore de «L’Avvenire» di Cosenza e de «II Moto» di Castrovillari, inviano un telegramma a Giolitti e si recano dal sottoprefetto e dal capitano dei carabinieri chiedendo effettivamente l’arresto del sottotenente, ritenuto responsabile dell’eccidio dopo le loro inchieste sul posto. Anche il corrispondente de «II Giornale d’Italia», che scrive di «avere interrogato il militare che nega di avere ordinato il fuoco», si associa alle altre testate.

Il 19 febbraio il governo è costretto a rivedere la sua posizione. Alla Camera sempre il sottosegretario Facta afferma: «[…] il Governo si è compenetrato dalla necessità di fare sui fatti di Firmo la luce più completa […] Ha spedito immediatamente al prefetto la somma di lire tremila per potere immediatamente sopperire alle necessità più urgenti delle famiglie colpite; ha mandato medici e medicine e quanto è necessario per riparare alla gravita dei fatti. Oltre a questo ha preso un provvedimento che credo sarà apprezzato dalla Camera, e cioè ha allontanato immediatamente da quella località il tenente Cozza […] Si sono presi i seguenti provvedimenti: si mandò una circolare che spiega essere dovuto soltanto il 30 per cento della fondiaria; si mandò sul posto un ispettore delle imposte per accelerare la diminuzione dell’imposta sui fabbricati danneggiati; si aumentò il personale catastale per accelerare le operazioni ed avere così gli elementi per uno sgravio provvisorio; si mandarono in Calabria due o più funzionari superiori della finanza per accertare se e quali comuni danneggiati non siano stati compresi nelle disposizioni della legge per la Calabria e per indagare il modo di applicazione degli esoneri dovuti per legge […]».

L’ultima interrogazione sui fatti di Firmo, dei deputati Aroldi, Bissolati, Antolisei, Masini e Costa, si svolge il 29 novembre e ha come oggetto «Provvedimenti contro il tenente dei carabinieri Cozza» al quale Facta risponde che «appena il Governo sarà a conoscenza dei risultati delle indagini fatte dall’autorità giudiziaria, cioè da quella autorità che dà le maggiori garanzie di assoluta giustizia ed equanimità, prenderà quei provvedimenti che io avevo annunziato e che confermo […] Tale giudizio si trova ora a questo punto: sono stati rinviati gli atti alla sezione di accusa perché si pronunci sulle responsabilità che possano essersi incontrate». Di fatto nessun provvedimento viene assunto contro il tenente che si scopre dall’interrogazione punito con un… miglioramento di residenza!

Eppure, nonostante le inchieste de l’«Avanti!» e la nuova posizione del governo, il Partito socialista si schiera contro coloro che erano impegnati nella manifestazione giudicati quantomeno ingenui nel «[…] prestarsi al gioco dei proprietari nel fare apparire rivolta di massa ciò che non era se non maneggio di pochi possidenti. […] Che deve importare ad essi dello sgravio dell’imposta fondiaria?»

Ed è proprio questa alla fine la versione ufficiale delle autorità: è stata una dimostrazione di proprietari che hanno strumentalizzato il popolo, «noti agitatori», come scrive il Popolo Romano ripreso dalla Gazzetta di Venezia e altri quotidiani.

Sarà un deja vu delle rivolte di quegli anni, presentati alla stregua di jacquerie contadine strumentalizzate. In questo si distingue Leonida Bissolati, alto esponente del Partito socialista, più volte direttore de l’«Avanti!», cremonese e massone riformista governativo, che fa fatica nei suoi interventi a contenere il forte disprezzo per le masse popolari meridionali, come se il sangue di quelle zone avesse un colore diverso.

Il 21 febbraio l’«Avanti!» pubblica l’inchiesta sui fatti di Firmo del mantovano socialista Cesare Airoldi dal titolo Dalle tre F alle tre M a significare l’evoluzione storica del Sud, dai Borboni farina, festa e forca, al regno d’Italia miseria, mafia e massacri.

Lo stesso si chiede osservando i tugul più che le case e le condizioni di vita della popolazione: «Ma è passato per questi paesi, è passato mai un alito di vita moderna, un soffio di rigenerazione, un raggio di civile progresso?»

Quarantadue anni dopo, nel 1949, dopo i fatti di Melissa, altri nomi posero la stessa, identica domanda.

A Firmo il divieto prefettizio si esercitò anche sulla memoria. Qualche mese dopo non fu permesso mettere una lapide a ricordo dell’evento.

A Lungro a farne le spese fu il Consiglio comunale, sciolto con decreto del Ministero dell’Interno il 19 aprile: «[…] L’Amministrazione, per accattivarsi la popolazione, ha assunto un atteggiamento violento ed ostile contro il Governo, promuovendo agitazioni extra-legali e pericolose che si diffusero in altri centri e dettero luogo a fatti dolorosi. Il sindaco, specialmente, si addimostrò, in tali contingenze, non osservante dei suoi doveri e fu sospeso con decreto prefettizio del 14 febbraio p. p. […]».

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Da TUMULTI, di Claudio Cavaliere – Rubbettino

FOTO: Rete

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