FROMM: “L’uso dell’uomo da parte dell’uomo rivela il sistema di valori del capitalismo”

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Il crollo del principio tradizionale della solidarietà umana portò a nuove forme di sfruttamento.

Nella società feudale si riteneva che il signore potesse per diritto divino domandar servizi e cose a quelli che erano soggetti al suo dominio, ma nello stesso tempo egli era obbligato dalla consuetudine ed era tenuto ad esser responsabile dei suoi sudditi, a proteggerli, e a provveder loro, almeno in misura minima, lo standard tradizionale di vita. Lo sfruttamento feudale ebbe luogo in un sistema di obbligazioni umane reciproche, ed era in tal modo governato da talune restrizioni.

Lo sfruttamento come si sviluppò nel diciannovesimo secolo era profondamente diverso. L’operaio, o piuttosto il suo lavoro, era per il proprietario del capitale una mercé da comprare non sostanzialmente diversa da qualsiasi altra mercé sul mercato, ed era usata dal compratore sino al massimo della sua capacità. Poiché il lavoro era stato comprato al prezzo giusto sul mercato del lavoro, non v’era senso di reciprocità o di alcun obbligo da parte del proprietario del capitale, oltre a quello di pagare il salario. Se centinaia di migliaia di operai erano senza lavoro e sul punto di morir di fame, ciò accadeva per la loro cattiva sorte, per le loro capacità inferiori, o semplicemente per una legge sociale e naturale, che non poteva esser cambiata. Lo sfruttamento non era più personale, ma diventava, per così dire, anonimo. Era la legge del mercato, piuttosto che la volontà o l’avarizia di qualche individuo, a condannare un uomo a lavorare per salari di fame. Nessuno eia responsabile o colpevole, nessuno poteva cambiare quella condizione. Si aveva a che fare con le leggi ferree della società, o così almeno sembrava.

Nel ventesimo secolo è per lo più scomparso tale sfruttamento capitalistico come era consueto nel secolo diciannovesimo. Questo non può tuttavia oscurare la visione del fatto che nel ventesimo, come nel diciannovesimo secolo, il capitalismo è basato sul principio che si trova in tutte le società di classe: l’uso dell’uomo da parte dell’uomo.

Dal momento che il capitalismo moderno « impiega » il lavoro, la forma sociale e politica dello sfruttamento è cambiata; quel che non è cambiato è il fatto che il proprietario del capitale utilizza altri uomini per il proprio profitto. Il concetto basilare dell’uso non ha nulla a che fare con modi crudeli o non crudeli di trattamento umano, ma col fatto fondamentale che un uomo serve un altro per fini che non sono suoi propri, ma solo quelli del datore di lavoro. Il concetto dell’uso dell’uomo da parte dell’uomo non ha nulla a che fare nemmeno con la questione se un uomo usi un altro o usi se stesso. Il fatto rimane il medesimo: che un uomo, un essere umano vivente, cessa di essere un fine in sé e diventa il mezzo per gli interessi economici di un altro uomo, o di se stesso, o di un gigante impersonale: il meccanismo economico.

A queste affermazioni si oppongono due obiezioni. Una è che l’uomo moderno è libero di accettare o di rifiutare un contratto, ed è perciò un partecipante volontario nelle sue relazioni sociali col datore di lavoro, e non una « cosa ». Ma questa obiezione ignora il fatto che innanzi tutto egli non ha altra scelta che accettare le condizioni esistenti e, secondariamente, che anche se egli non fosse obbligato ad accettare queste condizioni, sarebbe ancora « impiegato », cioè sarebbe usato per fini che non sono suoi propri, ma del capitale al cui utile egli serve.

L’altra obiezione è che ogni vita sociale, anche nelle sue forme più primitive, richiede una certa misura di cooperazione sociale e persino di disciplina, e che indubbiamente nella più complessa forma di produzione industriale una persona deve compiere certe funzioni necessarie e specializzate. Questa affermazione, se pure certamente vera, nondimeno ignora la differenza basilare: in una società dove nessuna persona ha potere su un’altra ognuno compie le sue funzioni sulla base della cooperazione e della reciprocità. Nessuno può comandare ad un altro, in quanto un rapporto è basato sulla cooperazione reciproca, sull’amore, sull’amicizia o su vincoli naturali. Di fatto noi riscontriamo ciò in molte situazioni della società odierna: la normale cooperazione tra marito e moglie entro la vita familiare non è più in larga misura determinata dall’autorità del marito sulla moglie, come avveniva nelle più antiche forme di società patriarcale, ma da un principio di cooperazione e di mutualità. La stessa cosa è vera per le relazioni tra amici, in quanto essi si prestano l’un l’altro certi servizi e cooperano fra loro. In questi rapporti nessuno oserebbe comandare ad un’altra persona; la sola ragione per cui ci si attende il suo aiuto sta nel reciproco sentimento di amore, di amicizia o, semplicemente, di solidarietà umana. L’aiuto dell’altra persona è assicurato dal mio sforzo attivo di conquistarmi, in quanto essere umano, il suo amore, la sua amicizia e comprensione. Nel rapporto tra datore di lavoro e lavoratore questo non avviene. Il datore di lavoro ha comprato le prestazioni dell’operaio, e per quanto umano possa essere il trattamento continua a comandarlo, non sulla base della mutualità, ma sulla base dell’avergli comperato il suo tempo lavorativo per un dato orario giornaliero.

L’uso dell’uomo da parte dell’uomo rivela il sistema di valori che sta alla base del sistema capitalistico. Il capitale, il morto passato, impiega il lavoro, vitalità e poteri viventi nel presente. Nella gerarchia capitalistica dei valori il capitale sta più in alto del lavoro, le cose accumulate sono superiori alle manifestazioni di vita. Il capitale impiega il lavoro, e non viceversa. La persona che possiede il capitale comanda alla persona che possiede « soltanto » la propria vita, la propria abilità umana, la propria vitalità e produttività creativa. « Le cose » sono più in alto dell’uomo. Il conflitto tra il capitale e il lavoro è molto di più che il conflitto tra due classi, più che la loro lotta per una più grande porzione del prodotto sociale. Essa è il conflitto tra due principi di valore: quello tra il mondo delle cose e la loro accumulazione, e il mondo della vita e la sua produttività.

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Da PSICANALISI DELLA SOCIETA’ CONTEMPORANEA, di Erich Fromm – Edizioni di Comunità

Foto: Rete

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