LA CALABRIA DI PADULA – U massaru è seggia e notaru

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Nel tempo contadino, ad Orsomarso, erano diffusissimi i nomignoli, più che i cognomi. E’ soprattutto con questi che si identificavano le persone. Tra i tanti c’era pure “Massarotta”. In origine indicava un piccolo massaro.

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Le indagini, delle quali ci occuperemo, sono della massima importanza, se non per i nostri lettori calabresi, per quelli almeno dell’alta Italia, i quali ignorano le nostre condizioni.

Lo stato delle persone in Calabria è composto di tre ceti, il basso, il medio e quello dei galantuomini. Formano il basso gli agricoltori possidenti, i fittajuoli, i coloni, i braccianti, i pastori, i guardiani, i garzoni ed i servitori; e noi studieremo l’indole, i bisogni, i vizii e le virtù di ciascuna di queste classi per migliorare lo stato morale della patria nostra.

L’agricoltore possidente è presso noi chiamato massaro. È massaro chi ha una masseria, e dicesi masseria un campo seminato. Il campo è suo, sue le capre o le pecore, che lo stabbiano, suoi i bovi che lo arano, suo l’asino che ne trasporta i prodotti; e nei tempi dei lavori campestri ha denaro che basta a pagare l’opera dei braccianti che lo ajutano. All’aria d’importanza che gli si legge nel viso, all’andar tardo, alle parole rare e misurate, voi conoscete il massaro.

Egli deve rispondere a botte come l’orologio, guardare poco in faccia il suo interlocutore, e sputare sentenze. Siffatte sentenze sono vecchi proverbi, e ci serviranno a farcelo conoscere.

Egli dice: Terra quanto vedi, vigna quanto bevi, e casa quanto stai; e il massaro ama la terra lasciatagli dal padre, e studia d’ingrandirla con compre successive; e volendo conservarla intera, accorda moglie ad un solo dei figli, ed alle femmine dà la dote in denaro. Trascura la coltura delle vigne e la bellezza e l’ingrandimento delle case; e se queste in tutti i nostri paesi son piccole, ad un piano, e l’una all’altra addossate, la ragione non dee recarsene alla miseria degli avi nostri, ma alla loro condizione di massari. Ora i fabbricati si migliorano; gli artigiani amano il lusso, vogliono il balcone, vogliono i vetri alle finestre; ma le loro casette così belle al di fuori sono povere internamente, mentre le case dei nostri antichi massari nascondevano sotto un’umile apparenza una vera dovizia.

Chi vò mangiari pani e vivari vinu, simmini jermanu e chianti erbino. E il massaro, che vuoi mangiare pane, preferisce la segale (jermanu) al frumento, e l’erbino (specie di vite che da uva sempre ed in abbondanza) a qualunque altra vite. Il suo pane è di segale, cibo duro, ma che sostiene meglio le forze; e coltiva il grano, per venderlo, non già per usarlo, tranne i giorni solenni dell’anno. In Calabria il pane di frumento serve ai soli galantuomini, e dicesi pane bianco; e Donna di pane bianco significa

Signora. Vi sono eccezioni a questo fatto, e le diremo in appresso.

Casu dimmaggia casa. Prisutto è na rutta. Pani tuostu manteni casa. Sparagna a farina quannu a tina è china; quannu u culacchiu pari nu bisogna sparagnari. E il massaro governandosi con queste regole, benché le pecore del suo campo gli diano buoni formaggi, benché ad ogni gennajo si uccida uno o due porci, pure si astiene dal cacio (casu), che danneggia (dimmaggia) gl’interessi di sua casa, e dal pregiutto, che basta manomettere (rùmpari) per poco, perché si consumi in un giorno. Risparmia la farina, quando il tino n’è pieno; non compra carne fresca al macello, ma mangia legumi, e minestra di cavoli con carne salata dentro. Non beve al mattino né caffè, né acquavite; queste chiama abitudini di pezzenti, e memore del proverbio: Chi vivi (bevve) avanti u Suli (il Sole) forza acquisti e mindi (mette) culuri (colore); Chi mangia de bon’ura (di buon’ora) cu nu puniu scascia nu muru (con un pugno fracassa un muro), si fa, come si toglie al letto, il panunto con un tocco di lardone infilzato allo spiedo, lo inaffia con un bicchiere di erbino, e va al lavoro. In casa però non gli mancano le cose di lusso. Nelle fiere si provvede di rosolii, di dolci, di confetture, ch’egli serba in caso di malattia, o di visita che riceva dagli amici. La sua donna fabbrica il pane una volta al mese, lasciandolo indurire nel soffitto, perché se ne consumi meno; giacché il marito le ripete: Pani tuostu (pane duro) manteni casa e vi vogliono veramente i ferrei denti dei nostri tangheri per sgretolarlo. Egli però lo affetta mescolandolo con la sua minestra brodosa, e siffatta abitudine è così propria dei massari, che, a senno loro, non è uomo compito chi non l’abbia. Un sarto attillato e pinto avendo chiesta a sposa la figlia d’un massaro, il padre, a provare se il futuro genero fosse degno di lui, lo invita a pranzo, e chiama a tavola un’abbondante minestra di cavoli con grandi pezzi di lardone. Il sarto vede la minestra fumante, e la guarda. «Perché non mangi?». «Aspetto che si freddi», e prese a soffiarvi sopra. Il massaro sorrise: vi buttò dentro grosse fette di pane, e subito la minestra si raffreddò. «Voi non siete per mia figlia» riprese poi: «non è uomo di pane chi non sa l’uso del pane»; e le pratiche si ruppero. Il massaro ha stomaco capace e forte; mangia quattro volte al giorno, e dice Saccu vacanti nun si reje all’irta (sacco vuoto non si regge ritto); trascura l’eleganza del vestire, le sue brache sono le brache più larghe, il suo cappello è il più vecchio cappello, e ripete: Trippa china (piena), canta, e non cammisa janca (bianca); trippa china, e faccia tinta. La sua faccia non è sempre dunque pulita, e la sua camicia non è sempre di bucato; ma è ricco, è indipendente, ed ama il lavoro. Va a letto al tocco, e se ne leva all’alba, anzi prima. Prima ch’u gallu canta sùsiti (alzati) e va fora; si vu gabbari u vicinu, curcati priestu, e sùsiti matinu; chi si leva matinu abbuschia (lucra) nu carlinu; chi si leva ajuornu s’abbuschia nu cuornu, son le massime che il padre lasciò a lui, e ch’egli lascia ai suoi figli. Questi son docili, ubbidienti, e bene educati; non cachinnano, ma ridono, non ridono, ma sorridono, e ciarlano mal volentieri; perché il padre che domina in casa con governo assoluto, ripete sempre a loro:

U juoco è nu pocu, A risa è na prisa, e A jumi cittu nu jiri a piscari (non andare a pescare in fiume, che non fa rumore). Essi ajutano il padre nei lavori del campo, e nelle cure del gregge.

Le pecore son preferite alle capre perché secondo il lor detto: Sett’anni inpecora, ed uno specora, vale a dire che le pecore se non fruttano un anno, fruttano però sett’anni di seguito, e la guardia non se ne confida a persone estranee e mercenarie, perché il massaro ha trovato scritto nel suo codice: ‘A piecura è de chi a siècuta, vale a dire, la pecora appartiene a chi le va appresso.

Il massaro rientra in paese la sera di ogni sabato; la dimane esce in piazza, siede nel sacrato della Chiesa, e là tutti i contadini lo circondano; gli usano mille atti di rispetto, gli chiedono consiglio, gli domandano soccorso, lo pigliano ad arbitro delle loro controversie. Egli decide, e le sue sentenze sono inappellabili. U massaru è seggia (sedia) e notaru; ed egli è notajo, è avvocato, è giudice, è quello che gli antichi patriarchii erano nelle antiche tribù. Nei piccoli paesi, dove non sono famiglie di galantuomini, il massaro è il factotum. Il parroco, i preti, i monaci lo corteggiano, perché egli dà loro a vivere con le sue elemosine, e decide della loro buona opinione.

Il predicatore quaresimale gli fa la prima visita perché sa che predicando egli, se il massaro dorme in Chiesa, tutti dormono, s’egli sputa, tutti sputano, se arriccia il naso in segno di disapprovazione, i contadini che guardano come in una bussola nella punta del naso del massaro, disertano dalla Chiesa.

La moglie del massaro è onesta, laboriosa, e un pò superbetta. Ella dice: Lana e linu amaru (infelice) chi un ni fila! Pani, amaru chi un ni schiana (spiana); ca (perché) puru cu li màllari (pasta che resta

impiastricciata alle dita) ti ni fai na pitta (focaccia). E lavora di lana e di lino, e nulla manca in sua casa; e se le vicine le perdono il rispetto, ella con un fare imperioso risponde: I jidita nu su pari (tutte le dita non sono uguali); e chi parrati vua, chi non vi stricati mau u villìcu alla majilla? chi faciti a fellata, e vi liccati i curtella? Il che vuoi dire: A che parlate voi, che non vi strofinate mai il bellico contro la madia, e che vi leccate il coltello, quando fate a fette il pregiutto?

Dopo di ciò si comprende, senza dirlo, che un massaro scapolo sia ambito da tutte le donne del paese. Una canzone dice:

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Si vu’ mangiari pani de majisi,

pigliati nu massaru, Donna bella;

nun ti prejari d’u càvuzu tisu,

chi ti porta lu pani in tuvagliella.

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Il calzone teso è l’artigiano, che veste attillato, che compra il pane in piazza, e lo avvolge nel tovagliolo, e la donna bella non dev’essere lieta (prejàri) dell’amore di costui, ma del massaro, che le fa mangiare pane di maggese (majisi). E se la donna fu sorda a questo precetto, non manca altra canzone popolare, che ne la rimprovera:

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De mille amanti tu tenia na pisca

e ti pigliasti nu bruttu craparu:

t’innamurasti d’a ricotta frisca;

va, vidi allu granaru si c’è ranu.

Mo ti è trovari na rigliara stritta,

pecchi d’a làriga ni schiappa lu ranu.

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L’ironia degli ultimi versi è bellissima. Tu, si dice alla donna, dèi procacciarti un crivello fitto; perché se non è fitto, il grano che ti porta il tuo marito, ne cade giù. Un’altra canzone più bella fa il confronto tra il massaro e il marinaio, e dà al primo la preferenza.

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Parti lu marinaru, e va pe’ mari,

lassa menza cinquina alla mugliera.

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La cinquina è 11 centesimi; e il marinaio è così povero che gliene lascia alla moglie la metà.

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Muglieri mia, accattaticci pani,

‘nzinca chi vaju e viegnu da Messina.

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E la moglie resta con sei centesimi, che le debbono bastare a provvedersi di pane, finché il marito va e ritorna da Messina. Può contentarsene? No; e quindi esclama:

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Santo Nicola miu, falli annicari;

un mi ni curu ca riestu cattiva.

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E non le duole di rimanersi vedova (cattiva) e prega San Nicola, che il marito si anneghi; perché passerebbe a seconde nozze con un massaro, conchiudendo così:

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Cà a quantu va na scianca dì massaru

nun va na varca cu tricientu rimi.

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L’anca d’un massaro vale più d’una barca con trecento remi; ed in Calabria, non so perché, si attacca all’anca un’idea di nobiltà. La donna ingiuriata da altra donna le dice: di me tu avessi un’anca! e nella vita di Pitagora, che visse in Calabria, troviamo tra l’altre favole che quel filosofo avesse un’anca di oro. Pitagora ha dunque lasciato la sua anca di oro ai nostri massari, ed alle nostre donnette oneste, perché le loro anche si pregino tanto?

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Da “Scritti demologici”, di Vincenzo Padula – Vol.I – Rubbettino

Foto: Rete

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