Così nacque la DEMOCRAZIA CRISTIANA

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Confrontato con quello degli Alleati o dei comunisti, il ruolo della Democrazia cristiana nel periodo 1943-45 fu certamente secondario. La Dc ebbe una piccola parte nella Resistenza e spesso una presenza solo simbolica all’interno dei Comitati di liberazione nazionale. Molti dei fondamenti della sua successiva supremazia, comunque, vanno ricercati in questo periodo: l’appoggio del Vaticano, l’apparizione di un dirigente di rilievo come Alcide De Gasperi, un crescente consenso presso tutti gli strati della società italiana.

La Democrazia cristiana venne fondata a Milano nel settembre 1942 nella casa del magnate dell’acciaio Enrico Falck. Il precedente partito cattolico di massa, il Partito popolare, aveva cessato di esistere nel 1926, ucciso dai dissensi interni, dalla repressione fascista, dalla decisione papale di aprire il dialogo con Mussolini. Il gruppo fondatore della Dc era composto da pochi dirigenti del vecchio Partito popolare e da un gruppo di cattolici antifascisti guidati da Piero Malvestiti. A loro si sarebbero presto uniti i giovani militanti dell’Associazione laureati cattolici, in cui militavano Aldo Moro e Giulio Andreotti ‘. I primi programmi della Dc si basavano su un richiamo a quei valori cristiani che potevano riconciliare l’antagonismo umano:

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Bisogna che controllori e controllati, custodi e custoditi, governo e governati si sentano responsabili innanzi al supremo Creatore e Moderatore di tutte le cose. I conflitti sociali non si possono comporre senza il senso di fraternità che è fermento della civiltà cristiana.

La fratellanza andava di pari passo con la difesa e l’incoraggiamento della piccola proprietà contadina e del piccolo commercio. Nella nuova Italia il proletariato si sarebbe «dissolto» in una nazione di proprietari. Ma i primi pronunciamenti politici della Dc riflettevano anche la marea crescente dell’attivismo delle classi subalterne. La partecipazione degli operai alle aziende, la riforma del latifondo, perfino una generica opposizione alle «ambizioni imperiali del capitalismo plutocratico» facevano parte, almeno sulla carta, del programma democristiano. Su di essi si gettò avidamente il Pci per dimostrare la natura «progressista» del nuovo partito cattolico.

De Gasperi

Alcide De Gasperi, che nel 1943 aveva 62 anni, era stato l’ultimo segretario del Partito popolare. Di origine trentina, aveva studiato all’Università di Vienna e prima della guerra del ’15-18 era stato deputato cattolico al parlamento austroungarico. Quando nel 1926 Mussolini si sbarazzò di tutte le opposizioni, De Gasperi non cercò di opporsi attivamente al fascismo, ma rimase ugualmente colpito dalla sua violenza. Dapprima fu sequestrato in Valsugana da una squadraccia nera che lo sottopose a un finto processo prima di lasciarlo andare; nel 1927 venne poi condannato a quattro anni dallo Stato fascista e passò in prigione sedici mesi.

Durante gli anni ’30 De Gasperi fu bibliotecario in Vaticano, e in questo periodo tenne una rubrica periodica in una rivista vaticana chiamata «L’illustrazione vaticana». L’analisi compiuta da Forcella su questi articoli ci mostra con quanta intensità De Gasperi si sentisse personalmente coinvolto nella battaglia politica che aveva luogo a quel tempo tra cristianesimo e comunismo. Egli giustificò, ad esempio, la caduta della democrazia in Austria sulla base del fatto che i socialdemocratici austriaci «scristianizzavano e fanatizzavano la gioventù e si valevano del potere politico per distruggere la famiglia e soffocare la fede». Secondo De Gasperi la Chiesa tedesca aveva fatto bene, nel 1937, ad appoggiare il nazismo nella sua lotta contro il bolscevismo.

Dal 1943 in avanti questi atteggiamenti furono controbilanciati dal suo sincero antifascismo e dalla sua costante adesione alla democrazia parlamentare. Il suo anticomunismo organico, tuttavia, non fu mai abbandonato; al massimo fu sospeso. Durante la lotta di liberazione, quando il suo partito era ancora agli inizi ed i comunisti predominavano nelle fabbriche e nella Resistenza, De Gasperi vide i vantaggi e la necessità di una cooperazione, ma considerò sempre questa collaborazione come un rapporto innaturale e una coabitazione forzata, e non una alleanza duratura, come avrebbe voluto Togliatti.

De Gasperi divenne rapidamente l’indiscusso leader della Democrazia cristiana. Statista appartato e dignitoso, egli fu capace di tracciare per la Dc una giudiziosa via di mezzo, resistendo alle pressioni conservatrici del Vaticano e al più radicale cristianesimo della sinistra del partito. Senza rivali quanto a capacità tattiche, apprese dall’esperienza di don Sturzo quella che costituirà la sua grande intuizione politica: nell’Italia del XX secolo un partito cattolico moderato poteva trionfare non tanto nella sfera dell’attivismo quanto nelle urne.

Il successo elettorale, naturalmente, dipendeva largamente dall’atteggiamento della gerarchia ecclesiastica. Pio XII, che era succeduto nel 1939 a Pio XI, adottò inizialmente verso la politica un contegno agostiniano, sostenendo che non era possibile una convergenza tra la città umana e la città divina. Dal momento che la città umana era sempre imperfetta, ha osservato Galli, Pio XII poteva affermare appropriatamente che il livello particolare di imperfezione raggiunto dai regimi nazista e fascista aveva scarsa importanza. I privilegi garantiti alla Chiesa cattolica dai Patti Lateranensi del 1929 pesavano certo di più di tutti gli oltraggi temporali perpetrati dal regime.

Dal 1943 in avanti Pio XII doveva mutare atteggiamento. In un’Italia invasa e sconvolta, il papato fu costretto a riflettere sulle future relazioni tra Chiesa e Stato: innanzitutto occorreva salvaguardare i Patti Lateranensi. Dapprima Pio XII pensò a una ripetizione della Spagna di Franco, cioè a un regime cattolico forte e autoritario. Man mano che crebbe il potere della Resistenza e dei partiti democratici, il Vaticano si mosse, con cautela e non senza timori, verso la Democrazia cristiana di De Gasperi.

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L’appoggio della Santa Sede, che data dalla liberazione di Roma nell’estate del 1944, trasformò la Dc da un laboratorio di discussione in un partito di massa. L’Azione cattolica spostò i suoi trecentomila membri a fianco del nuovo partito, mentre contemporaneamente si richiese al clero parrocchiale di parlare apertamente a favore della Dc. In un paese in cui gran parte della cultura e del costume popolare era indissolubilmente legata alla Chiesa cattolica, l’aperta adozione della causa democristiana da parte vaticana contribuì enormemente al definitivo successo politico di De Gasperi’.

Un altro grosso contributo venne alla Dc dalle varie organizzazioni fiancheggiatrici create allo scopo di radicare il nuovo partito nella società italiana. La più importante tra queste fu la Coldiretti, l’associazione cattolica dei coltivatori proprietari fondata da Paolo Bonomi nell’ottobre 1944. L’associazione sfruttò abilmente la tradizionale ostilità del contadino meridionale verso lo Stato, e lo avvisò che sotto un regime comunista tutta la terra sarebbe stata immediatamente nazionalizzata. In un momento in cui l’atteggiamento del Pci rimaneva ambiguo, Bonomi organizzò il reclutamento con grande energia: alla fine del 1944 la Coldiretti aveva 349 sezioni, e circa 3000 un anno dopo. Anche la fondazione delle Acli, l’associazione dei lavoratori cattolici, risale a questo periodo. Concepite come una rete di circoli operai cattolici, le Acli si diffusero dapprima più lentamente della Coldiretti, ma conobbero un grande slancio dal 1946 in poi.

Nello stesso periodo in cui la Dc iniziava a radicarsi tra i contadini e gli operai, alcuni settori del capitalismo cominciavano a guardare a lei come al partito del futuro. Non si trattò certamente di un processo lineare. Erano stati i liberali, e non i popolari, il partito tradizionale dei grandi industriali, e la Dc doveva ancora dimostrare di essere la genuina rappresentante

degli interessi del capitale. Alcuni personaggi di primo piano, tuttavia, avevano già deciso di unire la propria sorte a quella di De Gasperi. Un esempio significativo è quello di Giuseppe Volpi, che intrecciava nella sua persona i tre mondi del capitale: finanziario, industriale e agrario. Volpi era un proprietario terriero veneziano, presidente dal 1938 delle Assicurazioni Generali, una delle più grosse compagnie del settore; egli deteneva inoltre importanti posizioni nell’industria chimica ed elettrica. Dopo avere occupato incarichi di rilievo nello stato fascista, nell’estate 1943 si era giudiziosamente dimesso da ogni mansione, dando poi venti milioni di lire a diverse organizzazioni della Resistenza nel 1944-45. Il suo contatto con esse era rappresentato da Pietro Mentasti, uno degli «uomini nuovi» della Democrazia cristiana. La Dc era il partito del futuro e Volpi non era l’unico a pensarla cosi’

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Da “Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi” – di P. Ginsborg – Einaudi

Foto: Rete

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