Einstein e il Tao

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L’unità e il rapporto reciproco tra un oggetto materiale e il suo ambiente, che è evidente su scala macroscopica nella teoria generale della relatività, appare in una forma ancora più sorprendente a livello subatomico. Qui, le idee della teoria classica del campo si combinano con quelle della meccanica quantistica per descrivere le interazioni tra particelle subatomiche. Una combinazione di questo tipo non è stata finora possibile per l’interazione gravitazionale a causa della complicata forma matematica della teoria della relatività di Einstein; ma l’altra teoria classica del campo, l’elettrodinamica, è stata fusa con la meccanica quantistica in una teoria chiamata « elettrodinamica quantistica » che descrive tutte le interazioni elettromagnetiche tra particelle subatomiche. Questa teoria incorpora sia la teoria quantistica sia quella relativistica. Essa fu il primo modello « quantistico-relativistico » della fisica moderna ed è, a tutt’oggi, quello meglio riuscito.

La caratteristica nuova e sorprendente dell’elettrodinamica quantistica deriva dalla combinazione di due concetti: quello di campo elettromagnetico e quello di fotoni intesi come manifestazione corpuscolare delle onde elettromagnetiche. Poiché i fotoni sono anche onde elettromagnetiche, e poiché queste onde sono campi variabili, i fotoni devono essere manifestazioni dei campi elettromagnetici. Di qui il concetto di «campo quantlstico», cioè di un campo che può assumere la forma di quanti, o particelle. Il campo quantistico è un concetto completamente nuovo che è stato esteso ed applicato alla descrizione di tutte le particelle subatomiche e delle loro interazioni, facendo corrispondere a ciascun tipo di particella un diverso tipo di campo. In queste « teorie quantistiche dei campi », il contrasto della teoria classica tra le particelle solide e lo spazio circostante è completamente superato. Il campo quantistico è visto come l’entità fisica fondamentale: un mezzo continuo presente ovunque nello spazio. Le particelle sono soltanto condensazioni locali del campo, concentrazioni di energia che vanno e vengono e di conseguenza perdono il loro carattere individuale e si dissolvono nel campo soggiacente ad esse. Come dice Albert Einstein:

« Noi possiamo perciò considerare la materia come costituita dalle regioni dello spazio nelle quali il campo è estremamente intenso… In questo nuovo tipo di fisica non c’è luogo insieme per campo e materia poiché il campo è la sola realtà ».

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Laozi

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La concezione delle cose e dei fenomeni fisici come manifestazioni effimere di una entità fondamentale soggiacente non è solo un elemento di fondo della teoria dei campi, ma anche un elemento basilare della concezione orientale del mondo. Come Einstein, i mistici orientali considerano questa entità soggiacente come la sola realtà: tutte le sue manifestazioni fenomeniche sono viste come transitorie e illusone. Questa realtà del mistico orientale non può essere identificata con il campo quantistico dei fisici, poiché essa è vista come l’essenza di tutti i fenomeni di questo mondo e, di conseguenza, è al di là di tutti i concetti e di tutte le idee. Il campo quantistico, viceversa, è un concetto ben definito che spiega solo alcuni dei fenomeni fisici. Ciononostante, l’intuizione che sta dietro l’interpretazione che i fisici danno del mondo subatomico, in termini di campo quantistico, ha una stretta analogia con quella del mistico orientale che interpreta la propria esperienza del mondo sulla base di una realtà ultima fondamentale. Dopo che era stato introdotto il concetto di campo, i fisici hanno tentato di unificare i vari campi in un unico campo fondamentale che dovrebbe incorporare tutti i fenomeni fisici. Einstein, in particolare, dedicò gli ultimi anni della sua vita alla ricerca di questo campo unificato. Il Brahman degli Indù, il Dharmakaya dei Buddhisti e il Tao dei Taoisti possono essere visti, forse, come il campo unificato fondamentale da cui nascono non solo i fenomeni studiati in fisica, ma anche tutti gli altri fenomeni.

Nella concezione orientale, la realtà soggiacente a tutti i fenomeni trascende tutte le forme e sfugge a tutte le descrizioni e specificazioni. Di essa, perciò, si dice spesso che è senza forme, vacua e vuota. Ma questa vacuità non dev’essere presa per semplice non-essere. Essa è, al contrario, l’essenza di tutte le forme e la sorgente di tutta la vita. Si legge infatti nelle Upanisad:

« II Brahman è il soffio vitale, il Brahman è ka [felicità], il Brahman è kha [spazio etereo]… Ciò che è ka è anche kha, ciò che è kha è anche ka ».

I Buddhisti esprimono la stessa idea quando essi chiamano la realtà ultima Sùnyata – «vacuità» o «vuoto» – e affermano che è un vuoto vivo che dà origine a tutte le forme del mondo fenomenico. I Taoisti attribuiscono un’analoga creatività, immensa e incessante, al Tao, e anch’essi lo indicano come vuoto. «II Tao dei cieli è vuoto e senza forme» dice il Kuan-tzu, e Lao-tzu usa diverse metafore per illustrare questa vacuità. Egli spesso paragona il Tao a una valle profonda, oppure a un vaso eternamente vuoto e che quindi ha la possibilità di contenere un’infinità di cose.

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Einstein

Nonostante l’uso di termini come vacuità e vuoto, i saggi orientali fanno capire che essi non intendono la normale vacuità quando parlano del Brahman, del Sùnyata o del Tao, ma, al contrario, intendono un vuoto che ha un potenziale creativo infinito. Dunque, il vuoto dei mistici orientali è certamente paragonabile al campo quantistico della fisica subatomica. Come il campo quantlstico, esso genera una infinita varietà di forme che sostiene e, alla fine, riassorbe. Come dicono le Upanisad,

 

 

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In calma, adori Lui

da cui è venuto

in cui si dissolverà

in cui oggi respira.

 

Le manifestazioni fenomeniche del Vuoto mistico, come le particelle subatomiche, non sono statiche e permanenti, ma dinamiche e transitorie; entrano nell’esistenza e svaniscono in una incessante danza di movimento e di energia. Come il mondo subatomico dei fisici, il mondo fenomenico del mistico orientale è un mondo di samsàra, di continua nascita e morte. Essendo manifestazioni effimere del Vuoto, le cose in questo mondo non hanno alcuna identità fondamentale. Ciò è messo in evidenza soprattutto nella filosofia buddhista, la quale nega l’esistenza di qualsiasi sostanza materiale e sostiene anche che l’idea di un «sé» costante che passa attraverso successive esperienze è un’illusione. I Buddhisti hanno spesso paragonato questa illusione di una sostanza materiale e di un sé individuale al fenomeno di un’onda sull’acqua, nel quale il movimento in su e in giù delle particelle d’acqua ci fa credere che una « parte » di essa si muova sulla superficie. È interessante notare che i fisici hanno usato la stessa analogia nel contesto della teoria dei campi per mettere in evidenza l’illusione creata da una particella in moto dell’esistenza di una sostanza materiale. Hermann Weyl per esempio scrive:

« Secondo questa teoria [la teoria della materia come campo] una particella elementare, per esempio un elettrone, è soltanto una piccola regione del campo elettrico in cui l’intensità assume valori estremamente alti, a indicare che una porzione relativamente enorme dell’energia del campo è concentrata in un piccolissimo spazio. Tale nodo di energia, che non è affatto nettamente distinto dal resto del campo, si propaga attraverso lo spazio vuoto come un’onda sulla superficie di un lago; non vi è nulla che possa considerarsi come un’unica e stessa sostanza di cui l’elettrone consista in ogni istante »1

Nella filosofia cinese, l’idea di campo non solo è implicita nella nozione del Tao, vuoto e senza forma e che tuttavia produce tutte le forme, ma è anche espressa esplicitamente nel concetto di ch’i. Questo termine ebbe una funzione importante in quasi tutte le scuole cinesi di filosofia naturale e fu particolarmente importante nel Neoconfucianesimo, la scuola che tentò una sintesi di Confucianesimo, Buddhismo e Taoismo. La parola ch’i letteralmente significa «gas » o «etere», e fu usata nell’antica Cina per indicare il soffio vitale, o energia vitale che anima il cosmo. Nel corpo umano, i « canali del ch’i » sono la base della medicina cinese tradizionale. Lo scopo dell‘agopuntura è di stimolare il flusso del ch’i attraverso questi canali. Il flusso del ch’i è anche la base dei movimenti sinuosi del T’ai Chi Ch’uan, la danza .taoista del guerriero.

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I Neoconfuciani elaborarono un concetto di eh ‘i che somiglia straordinariamente al concetto di campo quantlstico della fisica moderna. Allo stesso modo del campo quantistico, il ch’i è concepito come una forma di materia tenue e non percettibile che è presente in tutto lo spazio e può condensarsi in oggetti materiali solidi. Dice Chang Tsai:

« Quando il ch’i si condensa ci appare come cosa visibile e allora ci sono le forme [delle cose singole]. Quando si rarefà, la sua visibilità si annulla e allora non ci sono forme. Durante la sua condensazione si può non dire che questa è solo temporanea? ma quando si rarefà si può dire affrettatamente che allora non esiste? ».

Quindi il ch’i si condensa e si rarefà ritmicamente, producendo tutte le forme che alla fine si dissolvono nel Vuoto. Dice ancora Chang Tsai:

« II Grande Vuoto non può consistere che nel ch’i; questo ch’i non può che condensarsi per dar forma a tutte le cose; queste cose non possono che rarefarsi per dar luogo [ancora una volta] al Grande Vuoto ».

Come nella teoria dei campi, il campo – ovvero il ch’i – non solo è l’essenza soggiacente a tutti gli oggetti materiali, ma trasporta anche le loro interazioni reciproche sotto forma di onde. Dalle descrizioni che seguono, quella di Walter Thirring del concetto di campo nella fisica moderna, e quella di Joseph Needham della concezione cinese del mondo fisico, appare con chiarezza quanto le due idee si somiglino.

« La fisica moderna… ha posto il nostro pensiero circa l’essenza della materia in un contesto diverso. Essa ha spostato la nostra attenzione dal visibile, le particelle, all’entità soggiacente ad esse, il campo. La presenza di materia è solo una perturbazione dello stato perfetto del campo in quel punto; si potrebbe quasi dire che è qualcosa di accidentale, soltanto un “difetto”. Di conseguenza, non ci sono leggi semplici che descrivono le forze tra le particelle elementari… Ordine e simmetria devono essere cercati nel campo soggiacente ad esse ».

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«Nell’antichità e nel Medioevo, i Cinesi concepivano l’universo fisico come un tutto perfettamente continuo. Il ch’i condensato in materia palpabile non assumeva, in nessun senso, una struttura corpuscolare, ma i singoli oggetti agivano e reagivano con tutti gli altri oggetti del mondo… con un comportamento di tipo ondulatorio o vibratorio dipendente, in ultima analisi, dal ritmico alternarsi a tutti i livelli delle due forze fondamentali, lo yin e lo yang. I singoli oggetti avevano quindi i loro ritmi intrinseci. E questi erano integrati… nello schema generale dell’armonia del mondo».

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Da “IL TAO DELLA FISICA”, di Fritjof Capra – Adelphi

Foto: Rete

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