Calligrafia, pittura e scultura nel Mercurion

San Nicola dei Greci – Scalea

 

Se la chiesa dello Spedale di Scalea conserva resti di dipinti, abbiamo purtroppo solo il ricordo di vari altri cicli pittorici che decoravano chiese e monasteri bizantini della zona. Sono così svanite per sempre le affrescate immagini accompagnate da leggende in caratteri greci, che illuminavano la chiesa di S. Sozonte, che fu anche un centro di cultura e di scrittori di codici, alle falde sud-orientali del monte Mula. E con esse sono sparite le altre esistenti nel monastero di S. Ciriaco a Buonvicino e quelle che rendevano meno tetre le rugose pareti della prossima grotta, detta di Romano; destino ugualmente subito dagli affreschi, anch’essi con iscrizioni in lettere greche, che ancora nel settecento illeggiadrivano le chiese del monastero di S. Janni de Cucza e di S. Maria La Greca a Laino.

Bisogna così ripiegare su quanto ancora rimane a Papasidero, densa di memorie bizantine, dalla piccola cappella quasi squadrata di S. Sofia nel cui interno appariscono, sia pure irrimediabilmente guasti ed impiastricciati, brandelli di una decorazione pittorica rappresentante una teoria di santi a figura intera ora accompagnati da iscrizioni latine, al santuario di S. Maria di Costantinopoli, dominante il corso precipitoso del Lao. Il santuario, che porta un titolo con il quale spesso in Calabria si venera l’Odigitria, non tanto perché veramente si pensasse essere questa l’unica rappresentazione della Madonna portata dall’Oriente, ma quanto perché era la più antica e nota, connessa con l’espansione del movimento basiliano e forse anche con la diffusione della liturgia bizantina, conserva un venerato affresco. In esso sono oramai cristallizzati sia quel senso di bizantinismo che ha permeato profondamente la vita e l’anima calabrese, sia il ricordo tipologico di più antiche icone dell’Odigitria alzate nei tanti e prossimi cenobi.

Santa Maria di Costantinopoli – Papasidero

 

Mentre a questa solitaria immagine si avvicinano per maniere e per età i superstiti e sbiaditi lembi di dipinti murali rappresentanti Cristo con santi e dottori, in una cappella della diruta chiesa maggiore di Cirella vecchia, ad un tempo precedente sembrano appartenere invece le pitture venute in luce sotto l’intonaco dello Spedale di Scalea. Che, se anche un po’ tarde, come lo dimostrano le iscrizioni in latino ed in greco e grecolatine poste a fianco delle immagini, sole rimaste, di S. Nicola, di S. Lorenzo e del profeta Ezechiele, certamente per le iconografie, per la disposizione delle rappresentazioni e per la stesura del colore, ripetono modelli più antichi, richiamando nell’insieme, sia pure alla lontana, gli affreschi della chiesa di S. Adriano a S. Demetrio Corone, e, per le tipiche decorazioni periate che si notano in qualche figura, l’immagine di S. Giovanni Crisostomo che sola rimane sull’abside della chiesa rossanese della Panaghia, dove doveva accompagnarsi a quella di S. Basilio.

Nei monasteri del Mercurion fiorì anche l’arte della calligrafia con ogni probabilità diffusavi, agli inizi della vita ascetica, dai primi monaci venuti dalla Siria e dalla Palestina ed in seguito specialmente esercitatavi da S. Nilo di Rossano, che però doveva avere già appreso quell’arte nei suoi anni giovanili, e dalla sua scuola. Non conoscendosi con certezza codici prodotti nei cenobi e negli asceteri mercuriensi, la seconda parte del Codice Vaticano Greco 1928, contenente le omelie di S. Basilio che è attribuita a S. Nilo e proviene dal monastero del Carbone, potrebbe costituire la unica e preziosa reliquia del lavoro calligrafico compiuto dal santo di Rossano o da qualche discepolo al Mercurion; dal quale il codice è probabilmente emigrato per mezzo di S. Saba di Collesano allorquando questi dalla regione mercuriense passò a quella di Latiniano.

Santa Maria di Mircuro – Orsomarso

 

Poiché l’arte della calligrafia è connessa con l’arte della miniatura e questa a sua volta segue generalmente le vicende della pittura, si può pensare che anche la chiesa di S. Maria di Mèrcuri abbia avuto decorazioni pittoriche murali eseguite dai monaci viventi nella zona. Oltre a questa considerazione, lo fa credere il ricordo di una tavoletta dipinta o di un affresco con la rappresentazione della Deisis innanzi alla quale si genufletteva S. Nilo nell’asceterio di S. Michele, nonché una immagine della  Madonna esistente nella chiesa stessa: scolpita a tutto tondo in un’epoca relativamente recente, ma così primitiva, e, come tale, documento assai più etnografico che artistico, da apparire quasi fuori del tempo. La scultura ottenuta modellando con la cazzuola e la stecca un impasto di malta e gesso che aderisce ad una armatura interna, pur rappresentando nel suo insieme lo schema dell’Odigitria, appare come una contaminatio fra questo tipo assai diffuso nel mondo basiliano e l’altro della Madonna Regina che per quanto più raro si trova anche in un affresco del vicino monastero di S. Basilio Craterete a S. Basile. E, come tale, è non certo espressione originale del rozzo modellatore che avrebbe inconsciamente fuso motivi appartenenti a due diversi tipi iconografici, ma invece traduzione plastica di almeno due differenti rappresentazioni pittoriche della Madonna preesistenti nella chiesa stessa.

Tutti i documenti artistici notati, pur nella loro povertà ed umiltà, appartengono ad una corrente di cultura proveniente dal versante calabrese jonico. Ma la gravitazione del Mercurion anche verso le regioni settentrionali è riconoscibile, a parte alcune memorie architettoniche della Scalea non rientranti nella sfera del monachesimo bizantino, in poche sculture esistenti in luoghi prossimi alla zona ascetica da cui forse in parte provengono. Per questo orientamento, che si spiega anche per la scarsezza di scultura bizantina dalla quale attingere, derivante non tanto dalla ripugnanza relativa che la liturgia greca aveva per le immagini scolpite, quanto e più dalla preferenza del gusto bizantino per le rappresentazioni bidimensionali, si hanno nella chiesa di S. Salvatore di Orsomarso i frammenti di un portale lapideo architravato con colonnine tortili e decorazioni a piccole bozze e foglie di edera. Mentre sono poi da citare un capitello marmoreo con fogliame corinzio rudemente scalpellato che faceva parte di una scultura architettonica nella chiesa di S. Maria de Flores di Cirella, cui forse giunse dalla città vecchia, dove si ricordava una grande pigna marmorea ed un rilievo con figura femminile reggente una coppa, nonché i rozzi resti di un protiro con leoni stilofori, colonne e capitelli in una cappella di Lagonegro.

Chiesa del SS. Salvatore – Orsomarso

 

A questo punto è interessante notare come quella mistione di elementi orientali ed occidentali su un fondo indigeno, che è caratteristica dei monaci italo-bizantini, è anche documentata da espressioni artistiche. Le quali, per essere una risultanza di forme e di spirito, possono mostrare con la massima evidenza l’incontro, la fusione e la giustapposizione di motivi ed elementi disparati e lontani. Intendo dire di quel filone di scultura in pietra od in gesso fiorita nel medioevo un po’ ovunque in Calabria, ma principalmente nei grandi monasteri basiliani in vista della bassa valle del Crati, e denominata da Paolo Orsi basiliano-calabrese; scultura permeata di elementi romanico-pugliesi,  bizantini, musulmani e di ricordi longobardi fusi ed accostati per caratteristiche locali in maniera grossolana e primitiva che da scarsissimo rilievo alle forme. Essa, quasi penetra profondamente nella psiche popolare, anche a distanza di secoli inconsciamente riaffiora specie al confine calabro-lucano, come  nei mascheroni della fontana di S. Giuseppe a Castrovillari, nella pila dell’acqua lustrale del Santuario di S. Maria della Consolazione di Rotonda e in una base di croce lapidea nella piazza grande di Lagonegro.

Ma in una età più antica non è ignota anche ai margini del Mercurion, dove il portale in calcare grigio della chiesa del Purgatorio di Tortora ne rispecchia altamente tutti i caratteri: sia, quasi per accrescere il senso di appiattimento del complesso, come assai più tardi avverrà nell’analogo motivo del settecentesco portale di casa Arleo nella stessa Tortora, nel porre araldicamente di fianco i leoni stilofori urlanti e famelici espressi ad alto rilievo, ma rudemente ed a fatica estratti fuori dalla materia aspra, sia nei pilastrini con sommari capitelli adorni di fogliame stilizzato, sia nelle rappresentazioni stesse e nella povera tecnica del rilievo assai schiacciato che sulla fronte del greve arco a tutto sesto stacca dal fondo con profondi e netti tagli, quasi vi fossero riportati leoni, draghi, serpi alate ed altri animali fantastici ai lati di un fantastico albero della vita.

Eremo di San Nilo – Orsomarso

 

In conclusione, il Mercurion rappresenta un capitolo insigne nella vita della Calabria medioevale. L’importanza della zona dipende essenzialmente dalla sua posizione geografica e topografica, perché prossima al mare, è irta di alte montagne boscose di difficile accesso e separate da profonde gole rumoreggianti di acque. La sua asperità e la conseguente scarsezza di centri abitati si confaceva all’ideale dei monaci italo-bizantini, i quali, pur godendo i benefici che la vicinanza del mare porta, vi trovavano nella solitudine la possibilità di donarsi al più rigido ascetismo, nonché allo studio ed al lavoro. L’ubicazione della zona ai confini effettivi dell’impero bizantino e dei domini longobardi dava ai monaci, menanti la loro esistenza tra il cozzo di civiltà rivali, la possibilità di sfuggire ai pericoli incombenti da una parte o dall’altra. Ed inoltre permetteva ad essi che se ne avvantaggiarono anche per i loro istituti che forse qui per la prima volta si avvicinarono al monachesimo occidentale, di fondere ed amalgamare le principali correnti di pensiero fluttuanti sull’oscuro groviglio di razze e sul fermento dell’età medioevale; in modo che la valle del Lao, segnata da natura ad essere punto di collegamento e di incrocio delle relazioni e degli interessi correnti dall’Oriente all’Occidente e che tale era stata nel corso di millenni, adempiva ancora una volta alla sua missione.

BIAGIO CAPPELLI

 

Da “Medioevo bizantino nel Mezzogiorno d’Italia”. Di Biagio Cappelli – Il Coscile

Foto: Rete

 

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